Attualità

MADAMA DORÈ

LUISA NEGRI - 25/09/2026

O quante belle figlie
madama Dorè
o quante belle figlie!
Il re ne comanda una
madama Dorè,
il re ne comanda una…
Che cosa ne vuol fare
madama Dorè,
che cosa ne vuol fare?
La vuole maritare
madama Dorè
la vuole maritare.
Scegliete la più bella
madama Dorè
scegliete la più bella…

Ci davamo la mano e correvamo nel cortile della nostra scuola elementare, appena arrivava la primavera, scatenandoci nei giochi. Madama Dorè era uno dei preferiti da noi bambine, e allora sempre tenendoci per mano e correndo in cerchio coi grembiuli bianchi, alla fine della tiritera della filastrocca sceglievamo la più bella, la più simpatica tra le compagne.
Ma se qualcuna rimaneva troppo a lungo dimenticata nel cerchio, senza essere mai scelta, soccorreva sempre l’attenzione delle più sensibili a nominarla. La soddisfazione, per chi l’aveva cercata, era allora veder scintillare la gioia negli occhi della novella promessa sposa, mentre cantava e sorrideva compiendo il giro a lei dedicato.
La scuola è aperta a tutti, così ha commentato durante la sua visita ad Amatrice il presidente Mattarella. Una sottolineatura importante dopo le uscite della premier Meloni giusto in concomitanza con i primi giorni del corrente anno scolastico. No burqa e veli facciali, e poi c’è necessità di contenere entro il trenta per cento le presenze in classe di allievi stranieri. Così è stato recepito il messaggio.
‘Ma la scuola -ha ribadito Mattarella- forma legami e non ghetti. È la più efficace leva di integrazione. In una realtà dove si deve puntare a creare coesione sociale’. Inutile quindi tirare fuori appunto i veli (scarsamente presenti a scuola) e tutto quanto in realtà era già contenuto in una circolare ministeriale del 2010, tesa a limitare le presenze a scuola di allievi ‘stranieri’ (peraltro giovanissimi e nati in Italia) che raramente però toccano la percentuale già detta.
Perché allora?
È forse Il fiatone di Vannacci dietro le decisioni di Meloni, come ha commentato in tv Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano? O è propaganda pre elettorale per accontentare l’opinione pubblica xenofoba? Ma integrare significa al contrario rendere un paese più sicuro. Anziché far sentire il disagio di una pretestuosa differenza a ragazzi desiderosi di apprendere.
La scuola e i docenti hanno in sé la capacità, e forza morale, cultura e volontà, sufficienti per operare in tale direzione. Come peraltro hanno tenuto a chiarire subito coi media, dopo le esternazioni di Meloni, autorevoli rappresentanti del corpo docenti. Alla politica tocca invece il compito di sostenere scuola e famiglia, nuclei centrali della società, con gli opportuni interventi economici e finanziari.
E se alla scuola si attribuiscono momenti di difficoltà particolari non dimentichiamoci le tante belle storie, raccontate nel tempo, da insegnanti di oggi e di ieri che hanno preso su di sé il peso di incarichi in scuole che erano, o ancora sono, lontane da raggiungere. Oppure troppo affollate. O magari aperte invece appositamente per un grappolo di studenti isolati dalle città.
La società civile e la Chiesa hanno insieme richiamato ciascuno alle proprie responsabilità. E il Cardinale Zuppi, presidente della Cei, ha chiesto anche e soprattutto all’Europa di saper integrare.
A proposito della parola integrazione, vorrei tornare alla mia scuola elementare. Perché accanto ai bei ricordi ne ho altri meno felici. Ho personale memoria della sezione differenziale. Si trattava di un ristretto gruppo di allievi affidati, di volta in volta, a insegnanti purtroppo non sempre dotate della necessaria competenza e pazienza. Quei bambini rimanevano appartati rispetto alle altre classi. Si vedeva comparire, in rare occasioni di incontro, un piccolo cerchio di ragazzini diversi da noi per difficoltà fisiche, di movimento, linguaggio od espressione, conseguenze di malformazioni e malattie che avevano lasciato in loro segni evidenti. Quell’aggettivo differenziale sembrava suonare per alcuni scolari, i più timorosi o problematici o troppo irruenti per carattere, come sottolineatura di un qualcosa di diverso, un guasto, un difetto.
Sentivo io stessa un’aria diaccia: temevo l’insegnante dal viso arcigno che non sapeva amare il suo importante lavoro, temevo il grembiule nero di raso lucido, i modi niente affatto materni, e il ricordo di certi schiaffi. Che le avevo visto stampare spesso sulla faccia di alcuni tra i suoi poco fortunati allievi.
Quella parola, differenziale, mi è rimasta dentro. Come un grumo, oscuro e inaccettabile, nel ricordo luminoso di anni positivi. Oggi mi appare come un insulso vocabolo in una pagina vuota.
Da strappare. E gettare nel cestino della carta. Così farebbe una buona insegnante.