Attualità

SE L’AI MINACCIA L’UMANITÀ

GIANFRANCO FABI - 25/09/2026

Hanno suscitato altrettanto interesse quanto preoccupazione le prese di posizione di alcuni dei maggiori responsabili delle imprese impegnate sul fronte dell’intelligenza artificiale. Il tutto è iniziato con la provocazione di un ex ricercatore di Anthropic, la società in prima fila nella ricerca e la programmazione delle nuove tecnologie della conoscenza. Jacob Coxon, dopo essersi dimesso, ha scritto su di un social network: «Le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Nessun’altra attività umana rappresenta un pericolo di questo livello».

Pochi giorni dopo un’altra grande realtà, OpenAi è scesa in campo con una richiesta ufficiale al Congresso americano perché vengano introdotti requisiti obbligatori per i modelli di AI più avanzati. Sam Altman, amministratore delegato della società, ha chiesto pubblicamente di concordare un rallentamento della velocità della ricerca sui nuovi modelli. E subito dopo Dario Amodei, a capo di Anthropic, ha sottolineato: «Dobbiamo rallentare il ritmo con cui miglioriamo le capacità dei modelli. I progressi sembreranno comunque rapidi e dovremo fare un uso saggio del tempo che guadagneremo».

Si può ricordare che proprio uno dei fondatori di Anthropic, Christopher Olah, era stato chiamato a fine maggio da Papa Leone XIV alla presentazione dell’enciclica “Magnifica humanitas”. E Olah in quell’occasione aveva ammesso che “ogni laboratorio di frontiera, il suo compreso, lavora dentro incentivi che a volte spingono contro la cosa giusta”. E nell’ultimo rapporto sulla propria attività Anthropic ha rivelato che una cellula di ingegneria bellica nello Yemen settentrionale, riconducibile agli Houthi, ha usato un sistema di intelligenza artificiale «al posto di ingegneri umani» per scrivere il software di guida, navigazione e controllo di razzi e missili per attaccare l’Arabia saudita.

Ce n’è abbastanza per affermare che la necessità di dare dei limiti all’intelligenza artificiale non è solo una dimensione concreta, ma è anche urgente. Ed è più che opportuno ricordare che proprio l’enciclica “Magnifica humanitas”, al contrario di quanto affermato dall’esuberante presidente americano Donald Trump, ha posto con forza l’esigenza che gli Stati si assumano la responsabilità di varare regole capaci si salvaguardare non solo i diritti, ma l’identità stessa delle persone.

L’enciclica afferma esplicitamente: “Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti”.

Questo forte richiamo dimostra ancora una volta come la Chiesa sia “esperta in umanità”, secondo la definizione coniata da Papa Paolo VI nel suo discorso di chiusura del Concilio Vaticano II e ripresa solennemente nell’enciclica Populorum Progressio del 1967.

Bisogna sottolineare come non si tratti di un semplice e teorica richiamo all’etica e alla morale perché, afferma la “Magnifica humanitas”: “Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo”.

Particolarmente forte, infine, un richiamo che si ripete costantemente nelle parole di Papa Leone: “disarmare l’Intelligenza artificiale”, che “non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano”. Non è in gioco solo il futuro delle grandi società tecnologiche che ormai dominano il mondo: basti pensare all’influenza crescente che hanno smartphone e social network. E’ in gioco il futuro di ciascuno di noi.