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Cara Varese

LA GABBIA MOBILE

PIERFAUSTO VEDANI - 01/11/2013

Bimbi del primo triennio delle scuole elementari, incolonnati su due file, tutti a reggere con una mano due lunghe e leggere funi che li ingabbiano per garantire loro una passeggiata ordinata e tranquilla. La fanno prima in un mercato rionale, poi per le trafficate vie del centro del loro abitato. Sanno che ordine e sicurezza dipendono anche dall’incarico ricevuto dalle maestre che li accompagnano: non devono mai lasciare la fune e il piccolo convoglio che compongono quasi per gioco non avrà problemi. La gente li guarda con simpatia, li agevola ai passaggi pedonali, gli automobilisti diventano prudentissimi e cedono il passo con la giusta pazienza.

Ho assistito tempo fa al transito di questa singolare efficiente gabbia mobile, soluzione molto pratica per i trasferimenti dei minialunni in città. Poi mi è capitato di guardare al tutto come metafora. Anche nella grande società civile si potrebbe camminare uniti, spediti, sereni, senza sentirsi schiavi o condizionati da funi e tutori, ovvero regole e uomini che ci siamo scelti per garantire cammino e crescita comuni.

Non ci sarebbero problemi se nella mente di ogni uomo spesso non diventassero eccessivamente attivi i tarli di incontentabilità, ambizione e supponenza. E sembra proprio che in un momento tanto difficile come l’attuale i tarli vadano a cento all’ora quando calma, collaborazione e senso della collettività potrebbero essere efficaci antidoti.

È questo invece il momento di avvicinare ancora di più le istituzioni di casa nostra al cittadino, di rispettare tradizioni, sensibilità e cultura di una società civile che ha avuto e ha difetti, ma che ha conquistato primati nazionali, e li difende ancora, in campo industriale, che ha la religione del lavoro e un senso sociale sviluppato. È una comunità quella varesina politicamente di lunga tradizione moderata e connotata da una paziente accettazione di errori e soprattutto di omissioni da parte dei delegati a rappresentarla. Una accettazione che di recente è diminuita in ambito locale e che rischia di accostarsi ancora di più al segno negativo se non ci saranno state chiare indicazioni di svolta nel segno del rispetto della tradizione.

È una considerazione che si può valere fare per esempio nel campo della sanità dove dopo i mostruosi errori urbanistici del passato e del presente – la mancata delocalizzazione del nuovo “Circolo” e del nuovo Del Ponte – pare si accenni, sia pure con piena onestà intellettuale, a una ipotesi di rivoluzione culturale che, quanto meno, esigerebbe il pieno coinvolgimento dei medici e non magari l’emanazione di semplici eventuali ordini di servizio. Gli ospedali appartengono alla nostra comunità e ai medici Lo diciamo con tutto il rispetto per la Regione Lombardia e i suoi proconsoli.

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