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Attualità

IL FAGOTTINO ROSA

VINCENZO CIARAFFA - 28/03/2014

Per festeggiare la primavera che ha il potere di mettermi un’insolita voglia di vivere addosso nonostante l’età non proprio “verde”, ho scelto di rispolverare ciò che scrissi di una bambina che portò appunto la primavera nella mia vita. È una favola ma è vera come vorremmo fossero tutte le favole. La notte tra il dodici e il tredici agosto del 2004, quando squillò il telefono alzai il ricevitore piuttosto di malumore, malumore che fece presto a tramutarsi in marasma funzionale: era mio genero che, in apnea, annunciava l’imminente arrivo della figlia, la nostra prima nipotina. Dopo avere dato la sveglia generale ed essere corso avanti e indietro senza una precisa ragione, finii per completare la mia vestizione sulle scale di casa mentre, inseguito da tutta la famiglia, mi dirigevo verso il garage. Il maggiore dei miei figli – perfidamente – si offrì di guidare perché secondo lui, che è miope come una talpa con la cataratta, «…di notte vedo meglio di te».

In verità quella notte neppure io mi sarei fidato di salire su di un’auto guidata da me medesimo. Quando mia figlia fu trasferita in sala parto, ebbi la sensazione che fosse entrata nell’antro di chissà quale mostro, nonostante le rassicurazioni fornite dal personale medico in verità molto paziente con i nonni alle prime armi. I miei occhi roteanti e inquieti interrogavano continuamente quelli della serafica consorte la quale, per stemperare l’agitazione, mi prese la mano e disse una cosa che fino a quel momento non avevo messo veramente in conto: «Guarda che noi donne diventiamo madri da qualche centinaio di migliaia di anni…».

Quello, dunque, stava per diventare la mia bambina, una mamma! Mentre, senza dire una parola, rimuginavo quei pensieri, fece la comparsa mio genero che si fiondò verso il nido, recando tra le braccia un fagottino che lasciava intravedere a malapena due occhi grandi e neri. A quel punto la frenesia s’impadronì di mia moglie, dei miei figli e dei sopraggiunti consuoceri che squittendo, seguirono la scia del levitante neo papà, mentre io – avuto la certezza che figlia e nipotina stavano bene – scesi nel giardino dell’ospedale per rimanere qualche minuto da solo, ben sapendo che, in realtà, non sarei stato solo, anzi, forse non fui mai così “in compagnia” come in quel momento.

 Nel cielo baluginava ancora qualche stella ritardataria e non aveva smesso di frinire un grillo, ma l’aurora si annunciava già nel fremito delle foglie e nello zip-zip di un forasiepe: sentivo che intorno a me, e dentro di me, alitava il Creatore! Alla fine anch’io presi la via del nido. Al contrario di tutti i presenti che se ne stavano con il naso schiacciato sulla vetrata della nursery, cercai di mantenere un atteggiamento compassato come si conveniva a un vecchio ufficiale dei carristi, mentre mi domandavo dove avessi già visto gli occhioni neri di mia nipote.

In realtà li vedevo ogni mattina: nello specchio mentre mi radevo! Quella constatazione, che mi trapassò con delle sensazioni che stentavo a catalogare, fu seguita dalla confusa percezione di non essere passato invano su questa terra, dove avrei lasciato impronta del mio passaggio perché quell’esserino un giorno avrebbe generato altri esserini, tesi a perpetuare anche qualcosa di me. L’immortalità era, dunque, dall’altra parte del vetro!

Il colpo di grazia al mio aplomb, comunque, fu inferto dall’esclamazione di fratelli, sorelle, cognati e zii davanti al nido: «È tutta suo nonno!». Non passò molto tempo da quel giorno che mi ritrovai a dare di biberon, ad andare in giro con la carrozzina, a fare boccacce cretine alla Jerry Lewis e, perfino, a portare al collo una bambina stretta a un pitale a forma di gatto dal quale, avendolo scambiato per un giocattolo, non voleva mai separarsi. Mi animava una nuova energia creativa, grazie a un fagottino rosa che battezzai Passariello (passerotto in partenopeo), la quale cresceva bene e con le idee piuttosto chiare, nonostante avesse appena compiuto i tre anni. Conosceva già qualche termine inglese appreso presso una scuola materna bilingue dove, svenandosi, i genitori l’avevano iscritta perché volevano che venisse su poliglotta e con una dizione perfetta: cosa piuttosto difficile da realizzarsi con i nonni nati dalle parti del Vesuvio!

La sera della vigilia di Natale del 2007, durante il nostro ennesimo litigio per il possesso del telecomando, Passariello mi apostrofò con un irritato «Chicchiò!». Per quanto, ancora oggi, mia moglie e mia figlia (la mamma dell’Inglesina) sostengano il contrario, sono convinto che quel termine fosse la storpiatura dell’appellativo con il quale, con molta mala grazia, ero solito scacciare dalla mia poltrona preferita quell’infingardo di Tris, l’illibato bastardino di casa: «Vattenne, ricchiò!». Chi la fa l’aspetti.

 

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