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Società

I LAICI E LA CHIESA

EDOARDO ZIN - 29/05/2015

Papa Francesco non smette di stupirmi: i suoi gesti semplici rendono visibile un processo spirituale e culturale in atto che scuote la Chiesa e libera energie sopite anche tra i laici. Con le sue parole il Papa ha inaugurato un nuovo linguaggio non libresco, non didattico, ma pastorale. Questo linguaggio ha mandato in soffitta quello languido e fin troppo accorto della Chiesa che eravamo soliti a conoscere fino all’elezione di Bergoglio.

Papa Francesco esprime il pensiero che “la Chiesa non è una baby-sitter che serve a far addormentare le coscienze”; invita i pastori ad avere addosso “l’odore delle pecore” per indicare che non devono solo guidare il gregge a loro affidato, ma stare in mezzo ad esso; definisce “bolle di sapone” i cristiani vanitosi e tiepidi; stabilisce che “Dio non è uno spray” riferendosi a qualcuno che è aeriforme.

Mi ha colpito il Papa che, durante il suo ultimo incontro con i vescovi italiani, ha indicato, in modo concreto e efficace, ai suoi confratelli alcuni modi per “manifestare la loro sensibilità pastorale”.

In modo particolare, sono rimasto letteralmente emozionato per quanto il Papa ha detto circa la presenza dei laici nella Chiesa. Infatti, ha invitato i vescovi a “rinforzare l’indispensabile ruolo dei laici”, che devono partecipare alla missione salvifica della Chiesa “senza aver bisogno dell’aiuto del vescovo-pilota, del monsignore-pilota o di un input clericale”.

Il pensiero è andato subito al Vaticano II che ha definito la dignità sacerdotale, profetica e regale di ogni battezzato e agli anni ’70 – ’80 – coincidenti con la fine del pontificato di Paolo VI e l’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II – quando vi fu un vivace fermento e un autentico entusiasmo per il ritrovato ruolo dei laici e della loro autonomia in determinati campi tipicamente laicali: la famiglia, la professione, il mondo della cultura e delle arti, la vita sociale e politica.

Più tardi, questa riflessione sul sacerdozio comune dei laici s’inchiodo’ a poche formule senza concrete conseguenze o a rivendicazioni senza esito.

Alla stagione più animata della chiesa italiana – rappresentata dal primo convegno ecclesiale nazionale (Roma, 1976) – subentrò quella del convegno di Loreto (1985), dove si notò il disagio di molti per l’eccessiva rilevanza di un movimento ecclesiale, successivamente a Palermo (1995) il disagio diventò rassegnazione e a Verona (2005) la corresponsabilità diventò partecipazione e il servizio operatività. Il “progetto culturale” e la “questione antropologica” risultarono l’unica risposta circa la presenza dei cattolici durante i governi guidati da Berlusconi.

Solo una sparuta pattuglia di coraggiosi laici invocarono una Chiesa più comunitaria, povera e compagna dell’uomo, ma il carisma del comune sacerdozio, ripreso dalla coscienza di molti laici, fu soffocato dal paternalismo dei pastori e da molte forme di clericalismo.

Durante questi ultimi trent’anni, i movimenti ecclesiali – ricchezza della Chiesa quando essi operano al servizio del Vangelo – svilupparono forme di impegno variegato e autosufficiente, se non autoreferenziale e furono – talvolta eccessivamente – valorizzati da alcuni pastori come argine contro la dilagante secolarizzazione e da alcuni di loro – perché negarlo? – come incentivo per l’elezione all’episcopato.

Progredirono – e non solo in Italia – la spirituale tenerezza dei focolarini, lo zelo produttivistico dei ciellini, l’attivismo militante dei Legionari di Cristo, il carrierismo dell’Opus Dei, la mistica dei carismatici e le singolari liturgie dei neo-catecumenali…

Tutto ciò è andato a scapito della comunione ecclesiale che si realizza ed opera soprattutto nelle parrocchie o nelle unità pastorali, porzione di Chiesa operante nel territorio, dove tutti i battezzati si riconoscono partecipando alla comune Eucarestia, nell’ascolto della Parola e nella carità fraterna verso tutti, ma soprattutto verso i più poveri e i più soli.

Non osiamo noi laici prendercela con i pastori, che pure hanno responsabilità, perché essi stessi sono spesso oppressi dalla fredda e vendicativa burocrazia curiale, mentre dovrebbero testimoniare

la prevalenza e la sufficienza del Vangelo.

Molti vescovi sanno che, terminata la fase della cristianità, la Chiesa è in minoranza e cercano di far sentire la loro voce all’opinione pubblica mostrando una certa sudditanza alla forza del sistema mediatico. Sarebbe più auspicabile che di fronte a certi problemi e temi, i pastori ascoltassero, più con speranza che con timore, piuttosto la voce di chi vive, spesso in solitudine o in gruppi ristretti, la quotidianità densa di gioie, di ansie, di preoccupazioni, di tristezze, nel mondo e nella storia.

I cristiani laici possono offrire la loro competenza che deriva “dall’essere nel mondo senza essere del mondo”. Al contrario, molte decisioni che contano e pesano nella vita della Chiesa sono prese da ristretti vertici clericali che causano errori che potrebbero essere evitati con la corresponsabilità laicale.

I nostri preti, poi, sono sempre più pochi, ma sempre più ricercati dagli spiriti inquieti che cercano in loro parole di speranza, di conforto, di perdono. Ma tanti preti non hanno sovente un’identità stabile. Timorosi di perdere qualche pecora del loro già esiguo gregge, richiesti e sostenuti da laici tiepidi e da ossequienti operatori pastorali, trasformano la liturgia in una poltiglia devozionale, le omelie in moralismo decadente o in religiosità sentimentale, la carità in beneficenza, mentre nelle comunità si infittiscono le proposte di sagre, di feste, di pranzi per attirare un popolo indifferente e latitante.

Siamo noi laici battezzati i primi responsabili della mancata nostra autonomia: ci lasciamo vivere nella Chiesa senza esserne coinvolti, senza essere corresponsabili di quanto in essa accade. In tempi non lontani chiedemmo l’appoggio dei vescovi per sostenere questo o quel partito, questo o quel candidato in cui la corruzione non ha avuto solo una dimensione economica, ma conseguenze laceranti nel tessuto ecclesiale. Siamo stati noi che ci siamo serviti degli inviti dei nostri vescovi per puntellare le nostre visioni ideologiche. Siamo stati noi che in una materia tipicamente laicale, quale la politica, ci siamo lasciati pilotare da chi esigeva il richiamo alle radici cristiane dell’Europa, dimenticando che il seme che ha originato le radici dell’Europa è l’amore che è alla base della fraternità, della giustizia sociale, della stessa democrazia che deve la sua essenza al Vangelo. Siamo stati noi che ci siamo lasciati pilotare da chi ha guidato la mobilitazione “astensionistica” nel referendum del 2005. Siamo noi che abbiamo accolto la collaborazione degli “atei devoti” (da non confondere con gli uomini di buona volontà, di cui parla il Vangelo!) per la difesa della civiltà cristiana. Siamo noi che non parliamo con franchezza, aumentando così la carenza di libertà.

Siamo noi laici che rivendichiamo – talvolta con violenza – il nostro ruolo nella Chiesa, dimenticando che corresponsabilità e comunione non sono diritti sindacali, ma doni dello Spirito e che “l’unità non si fa con la colla” (Papa Francesco), ma con l’umiltà dell’ascolto, la collaborazione fraterna, il cammino comune.

La sola violenza che possiamo fare è su di noi stessi, incominciando, mettendoci in ginocchio, ad uccidere l’uomo vecchio per farne uno nuovo ricco di libertà, di interiorità, di discernimento accogliendo così l’invito di S. Agostino che ci sprona a trovare “unità nelle cose necessarie, libertà nei dubbi, in tutto la carità”.

 

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