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Editoriale

PONTIERE

GIANFRANCO FABI - 24/09/2015

papafidelCuba è stata sempre al centro delle attenzioni degli ultimi pontefici. Una tappa quasi obbligata per Giovanni Paolo II e per Benedetto XVI che hanno anticipato e preparato la strada alla grande svolta, voluta e preparata da papa Francesco. Il cattolicesimo a Cuba ha origini antiche, quella della colonizzazione spagnola, e ha resistito tra mille difficoltà soprattutto di fronte ad un governo che dopo i primi anni della rivoluzione ha imposto, più in ossequio all’amicizia con la Russia che per scelta propria, che la religione restasse un fatto esclusivamente privato.

Papa Francesco non solo ha contribuito a riaprire il dialogo tra Cuba e Stati Uniti, ma ha voluto dare una visibilità concreta al ponte gettato non solo tra due stati che erano giunti sull’orlo della guerra negli anni ’60, ma anche tra due concezioni profondamente diverse della società. Il comunismo cubano è stato per anni la volontà di dimostrare la validità del modello statalista e moderatamente nazionalista (anche grazie ai significativi aiuti finanziari di Mosca soprattutto nei primi anni) ovviamente e naturalmente contrapposto al liberalismo capitalista degli Stati Uniti.

Il Papa ha voluto dimostrare che non ha un modello sociale da proporre, ma ha soprattutto una dimensione umana da esaltare al di là delle differenti visioni. È la dimensione del dialogo, dell’apertura, del rispetto, del confronto, della convinzione che tutti hanno qualcosa da insegnare, ma tutti hanno molto da imparare. Tra i tanti discorsi che il Papa ha fatto c’è una risposta ad uno studente dell’università che sintetizza in maniera forte questa prospettiva: “ Cuori aperti, menti aperte. Se la pensi in modo diverso da me –ha affermato il Papa – perché non ne parliamo? Perché stiamo sempre a litigare su ciò che ci separa, su ciò in cui siamo diversi? Perché non ci diamo la mano in ciò che abbiamo in comune? Dobbiamo avere il coraggio di parlare di quello che abbiamo in comune. E dopo possiamo parlare di quello che di diverso abbiamo o pensiamo. (…) A Buenos Aires – in una parrocchia nuova, in una zona molto, molto povera – un gruppo di giovani universitari stava costruendo alcuni locali parrocchiali. Sono andato e li ho visti, e me li hanno presentati: “Questo è l’architetto, è ebreo, questo è comunista, questo è cattolico praticante, questo è…”. Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune. Questa si chiama amicizia sociale, cercare il bene comune.(…). Quando c’è divisione, c’è morte. C’è morte nell’anima, perché stiamo uccidendo la capacità di unire. Stiamo uccidendo l’amicizia sociale. Questo vi chiedo oggi: siate capaci di creare l’amicizia sociale”.

L’amicizia sociale, tra persone, tra gruppi, tra Stati. Il presupposto su cui costruire quella dimensione essenziale del cristianesimo che è l’annuncio e insieme la testimonianza.

Avvicinando Cuba e Stati Uniti questo viaggio del Papa ha data la dimostrazione visibile di come il mondo possa abbandonare le ideologie che ingabbiano e riducono la convivenza sociale a schemi astratti, e possa, anzi debba, cercare la strada di un confronto aperto e costruttivo. Il bene comune non è una formula astratta. E i cristiani hanno un compito di testimonianza profetica anche nel costruire la fraternità quotidiana.

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