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Il racconto

SERA DI VENERDÌ

GIOVANNA DE LUCA - 29/04/2016

sognoRientrando, l’automobile scivolava sull’asfalto della stradina, stretta e bordata da cespugli bassi; le luci erano già accese e il giardino non grande pareva luminoso. Non c’era nessuno. Ormai era fine luglio, e venerdì sera per giunta. Chiuse con cura il garage, tolse un fuscello dall’automobile nuova. L’ascensore frusciava oleato, perfetto. Primo, secondo… quinto piano: guardava sempre i bottoni che si illuminavano, anche quando saliva in altre case. La chiave nella toppa, giusto il tempo di vedere il triciclo abbandonato sulla porta accanto.

Fu quando accese la luce dell’ingresso. Non ebbe subito veramente coscienza di quanto succedeva: sentì solo un disagio, l’ombra di un malessere. Si tolse la giacca e allentò la cravatta, sbuffando: maledetto l’ufficio. E intanto l’occhio che scorreva le pareti gli rimandò un’immagine fastidiosa, di casa estranea.

Passò in cucina. C’era stato un temporale nel pomeriggio e un battente della porta a vetri s’era chiuso. Anche il terrazzino portava segni di disordine, come se ci fosse passato un gatto in corsa. Prima di tutto controllò se la collaboratrice domestica avesse fatto ogni cosa: le lasciava sempre un elenco (“Quant’è preciso, dottore, più di una donna!”) e come sempre fu scontento. L’abito blu doveva preparare, gliel’aveva detto, aveva un impegno di lavoro lunedì con gente di fuori, svizzeri, voleva comparire. Questa mancanza della donna, e figuriamoci se non aveva fatto mezz’ora in meno, chi la controllava?, lo infuriò. Riattraversando l’ingresso, si guardò nello specchio.

Aveva quarantacinque anni. Nel volto un po’ tondo, vagamente infantile, il naso troppo grosso strideva. La fronte era alta (la mamma, sempre, ne era stata orgogliosa) e appena cominciavano a imbiancarsi le tempie. Gli occhi, chiari, dicevano poco. Si valutò: già, non era un grand’uomo. Ma insomma, neanche male, ben fatto, nel pieno della virilità .Una volta una ragazza gli aveva detto: “Mi piaci per il sorriso ironico che hai!”.

Mentre gonfiava il busto lì, davanti allo specchio, sulla nuca, preciso, avvertì uno spillo. Solo una puntura. D’istinto guardò dietro di sé, voltò la testa e la rigirò: al diavolo l’aria condizionata dell’ufficio. Ma il fastidio, la presenza di qualcosa sulla nuca, seguiva i movimenti del collo. Ginnastica ci voleva: le ferie tra una settimana e tante belle nuotate e dormire senza l’ansia del lavoro, avere davanti le giornate che si sgranano sulle cose buone, sul caffè portato a letto, sulla curiosità in cucina (“Mamma, che si mangia oggi?”) e poi parlare con gli amici, raccontare delle cose, beh, cambiandole un po’, si capisce, e far vedere che stava diventando qualcuno. Qualcuno. Qualcuno lo stava guardando dritto sulla nuca.

Dal piatto fu in piedi, la forchetta in mano. Pazzo, ma cosa stava diventando, pazzo? Come quei vecchietti delle cronache, che gli ha dato il caldo alla testa. Ora aveva una sete tremenda. Non stava bene, no. Ecco, già, lui era fortunato, lui, non stava bene adesso, che doveva andare in ferie. Buttate in là le vivande, si sentì il polso, si toccò la fronte: era fresca. Eppure gli cresceva un’inquietudine irrefrenabile, aveva la nausea e la puntura sulla nuca era come un coltello puntato sulla carne. Andò in bagno, tolse lo specchietto dalla mensola, si mise con le spalle allo specchio del lavabo: niente si vedeva. Lisciò, toccò, palpò: niente. Eppure c’era. Si sentiva al limite del raggio di un cerchio, infilzato. Avvertiva l’occhio limpido e impietoso, consapevole e giudicante. Là, nel bagno, si sentì perduto. Sgomento del proprio panico, incredulo eppure sicuro dell’assurda realtà, chiuse le mani intrecciate sul collo e strinse fino a farsi male. All’intreccio delle dita, appuntito, lo trafiggeva lo sguardo.

Avanti, su, ma che diamine, che uomo era? A quarantacinque anni, eccolo lì, nel bagno, madido e tremante perché una stupidissima puntura, chissà, un insetto, gli infastidiva la nuca. Volle darsi dignità, si eresse e camminò sghimbescio fino alla poltrona. Indifferente, ecco come doveva essere, indifferente. Lui guardasse pure, c’era poco da guardare.

Accese il televisore: calmo, su, calmo. Beviamo un goccetto: ghiaccio, ottimo, così. Dal video un bel viso sorrideva, cantavano, balenarono giovani corpi luccicanti. Ed egli fu conscio che, a guardare, erano in due. Meglio: fu conscio che il suo essere era dietro, teso indietro, a cercare quell’altro che guardava lui.

O mio Dio, aiuto. Spense il televisore. Ora, alzandosi, gli parve che il suo non fosse un corpo solo. La mano che premeva il bracciolo, erano due, lo sentiva. Le spalle così stanche d’un colpo, erano doppie. Lo specchio: ecco la salvezza: come non averci ancora pensato? Il cuore in gola, fu allo specchio: niente niente niente, solo un viso pallido, le occhiaie nere e lo sguardo allucinato. Folle, incapace di reagire, ogni dignità lo abbandonò: tutto, meglio tutto, piuttosto che quella cosa tremenda. Chi lo stava guardando, chi gli si sovrapponeva nei gesti, negli atti sgangherati e inconcludenti che andava compiendo, fuori di sé, dal salotto alla camera, dalla cucina al bagno? Ecco ecco, sicuro, ecco cos’era quella sensazione strana, quell’attesa che era cominciata imboccando il vialetto d’ingresso. Ecco perché non aveva risposto al saluto del portinaio, perché un’ansia sottile lo aveva spinto a casa subito, senza nemmeno fare un giretto in centro. Ora sapeva: era atteso. Dallo sguardo.

Uscì sul balcone, seguito dall’altro. Sedettero sulla sdraio. Sotto, la città sciorinava nell’afa le sue luci, gli giungevano i suoi singulti attutiti. S’accese una lampada; al terzo piano della palazzina di fronte, una donna discinta abbassò le tapparelle. E allora fu così, dopo un tempo non valutabile, ch’egli “divenne” l’altro. Assorbito, risucchiato all’indietro, i suoi occhi furono gli altri occhi. E vide.

Quell’uomo tozzo, tozzo sì, non ben fatto, malamente seduto, con la camicia incollata alla pelle, con i capelli brizzolati (non alle tempie, no, tutti) era lui. Si percepì alzarsi e camminare, pesante, muoversi senza disinvoltura in un salotto. Un salotto da esposizione da quattro soldi. Finto antico e moderno grossolano, uniti a caso. Finto antico il tavolo tondo in un angolo, il buffet con i piatti, e moderno il divano di grosso velluto. Orrido il tappeto finto persiano, atroce il letto finta paglia di Vienna, tremendo il dopobarba in confezione avveniristica.

Quella era la casa del dottor X, laureato quarantacinquenne di provincia, impiegato in un’impresa, conformista per vocazione, conservatore per comodo, dunque votato al compromesso. Lo specchio, chiuso in tubi luccicanti, rimandava una fronte sfuggente, non alta, e la smorfia delle labbra non era ironica, bensì convogliata su una dentatura irregolare. Il diploma di laurea inquadrato ricordava colui che a prezzo non modico l’aveva scritta e la busta di pelle, lasciata sulla mensola dell’ingresso, conteneva tre carte d’ufficio. Di quell’ufficio in cui il dottor X lavorava in virtù dell’amico del padre, al quale il padre, in tempi lontani, aveva fatto favori. La fotografia incorniciata dei genitori, sul cassettone della camera,stava accanto ad alcune riviste pornografiche,  e la vestaglia non rozza e non elegante proponeva l’incompiutezza di chi l’indossava. L’appartamento era nuovo, ma gli infissi non avrebbero avuto vita lunga e alla luce del giorno il giardino sapeva più di periferia metropolitana che di elegante privacy.

Affacciato al balcone, ora egli vedeva una città in cui la casa che abitava, il posto di lavoro che occupava, erano segno dell’appartenenza a qualcosa, cui tutti volevano appartenere. E vedeva come si sarebbe alla fine sposato, perché no, con la figlia del ragionier Y, funzionario di banca, mediamente ricca, mediamente bella, mediamente intelligente. E con gli occhi dell’altro, vide come alle cose, mai a sé, egli sarebbe appartenuto. E nella città, la gente: come lui, a coppie, a famiglie, a rioni, la gente che apparteneva alle cose.

Un conato di vomito lo fece ripiegare sulla sdraio. Ora, lento, tornava in sé. La puntura sulla nuca si risolveva in torpore, poi si stemperò in un tocco, come di piuma, poi più niente. Fu preso da un sonno pesante.

Quando riaprì gli occhi, la brezzolina notturna scuoteva l’unico geranio e le luci della città erano scialbe.

Potevano essere le tre. Abbaiava un cane mentre egli, chiudendo la finestra, si diceva che era uno stupido, un vero stupido: che razza di sogno era andato a fare!

Mai più avrebbe preso, alla tavola calda, e d’estate per giunta, l’osso buco coi piselli!

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