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Il racconto

LA RAGAZZA

GIOVANNA DE LUCA - 27/07/2018

ragazzaCon riluttanza, pigramente, in un pomeriggio di vacanza marina in cui non so cosa fare, decido di andare a messa, alle diciotto.

La chiesa piccola, curata da poche zelantissime suore, è praticamente deserta. Nelle prime panche stanno le fedeli signore che so partecipare tutte le sere al rito.

Io mi metto, seminascosta, in fondo, in un angolo, su una panca che mi dovrebbe garantire un po’ di frescura. Accanto a me una piccola suora si volta, sorride.

Non mi sento molto a posto, nella nullafacenza venata di qualche amarezza che mi porto dietro, mare o non mare.

Seguo distrattamente, osservo la luce che piove da un finestrone, la calvizie del celebrante, la sciarpa di una signora… Bel modo di stare a messa, vergogna!

Una breve omelia, seduta a godere la frescura.

In quel momento una figura scura, un fagotto ambulante più che una persona, si materializza dall’ingresso e viene a sistemarsi davanti a me, quasi alla mia sinistra.

Noto subito i tre enormi borsoni che porta con sé, apparentemente assai pesanti e che fa cadere dalle spalle sul pavimento. Poi mi colpisce il suo abbigliamento: stivali, pantaloni neri pesanti, un giaccone di pelle chiuso fino al collo: con il caldo che fa, è sconvolgente. Infine realizzo che è una donna, una giovane donna, con una lunga coda di capelli scuri, scomposta, sulle spalle.

Allora la mia fantasia, sorretta dalla curiosità, si scatena. Chi sarà? Da dove verrà? Cosa farà abitualmente? Non emana un buon odore, si capisce. E cosa conterranno quei borsoni pesanti e scuri, come tutto è scuro in lei, che ha buttato in terra?

Cerco risposte, non le tolgo gli occhi di dosso: non si è seduta, ed è rimasta, come me del resto,

in fondo alla chiesa, in un angolo. Non può essere una zingara, non ne ha l’abbigliamento. Forse viene da una giostra, da qualcosa simile a un circo, che si esibisce per strada? Forse è una demente, che vuole vivere così? E mi fermo su questo pensiero: probabilmente è una randagia, una barbona girovaga. Così giovane.

La suora accanto non pare colpita, forse la conosce. Continuo a domandarmi come faccia quella ragazza a vivere così, se abbia una casa, se abbia parenti, un affetto, se si lavi ogni tanto…

Ma ecco, è il momento dell’Elevazione, e allora accade ciò che mi ammutolisce i pensieri, e mi spiazza : la ragazza si inginocchia in terra, meglio, quasi si sdraia sul pavimento. Da tutta la sua persona emerge un’arrendevolezza totale, un completo abbandono e insieme un’intensa, indescrivibile forza di preghiera.

Non riesco a staccare gli occhi da lei.

Finita la messa, la piccola suora si volta verso di me e, senza conoscermi, mi tende la mano e dice con un sorriso: ”Ci vediamo domani”.

Torno due giorni dopo. La suora mi sorride di nuovo. Di nuovo la ragazza arriva, e tutto si ripete. Capisco che va a messa tutte le sere.

Passato il tempo stabilito, nel primo pomeriggio di una giornata umida e caldissima, percorro con le persone amiche la strada infuocata verso il pullman che ci riporterà a casa. Verso la fine, la strada è costeggiata da un muretto. Su di esso, con tutti i suoi borsoni accanto, siede la ragazza.

Ha piegato un foglio di carta in modo che sia una conca e lo ha messo bene in vista, come un piattino. Sta seduta raccolta in sé, in quello scafandro di giaccone, sotto quel sole. Non chiede, sembra non vederci. Sistemate le valigie io devo, devo assolutamente scendere, devo guardarla in faccia. Ne sento la necessità.

Si volta alla mia voce, ringrazia e risponde a una forse maldestra ed enfatica frase di augurio, ma lo fa con distacco. Mi dice, al plurale: “Anche a voi.”

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