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Chiesa

I SILENZI DI PIO XII

SERGIO REDAELLI - 08/03/2019

Papa Eugenio Pacelli

Papa Eugenio Pacelli

La questione dei cosiddetti “silenzi” di Pio XII sulla Shoah appassiona gli storici da oltre mezzo secolo e fu portata addirittura su un palcoscenico nel 1963 con il dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth. Eugenio Pacelli avrebbe potuto agire con più fermezza a difesa delle vittime di Mussolini e Hitler? Fece tutto ciò che era possibile per opporsi al dilagante antisemitismo che condusse alle leggi razziali e all’Olocausto? Fu il Pastor Angelicus che rischiava la vita per salvare gli ebrei nel ghetto di Roma sotto le bombe alleate o un prudente Capo di Stato che non pronunciò mai una condanna netta del nazismo? Quale è la verità storica?

Sono quesiti che dal 2 marzo 2020 potranno avere una risposta. Papa Francesco ha infatti annunciato che fra un anno si potranno consultare le carte del Fondo Pacelli conservate nell’Archivio Segreto Vaticano, un dossier di sedici milioni di fogli che documentano i diciannove anni di regno di Pio XII dal 1939 al 1958. L’apertura dell’archivio è una tappa necessaria nel processo di beatificazione di Pio XII aperto il 18 novembre 1965 su iniziativa di Paolo VI e tuttora in corso. E un atto dovuto alle associazioni ebraiche che nel 2009, quando Benedetto XVI proclamò le “virtù eroiche” di papa Pacelli, giudicarono deprecabile che venisse portata avanti la causa per fare santo Pio XII prima di poter studiare tutte le carte custodite in Vaticano.

Venti archivisti hanno lavorato per tredici anni alla sistemazione del dossier e ce ne vorrà ancora un altro per finire il lavoro. Papa Francesco, che ha scelto la strada della trasparenza anche in campo storiografico, auspica che “una seria e obiettiva ricerca storica valuti nella giusta luce, con appropriata critica”, gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale e i “momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza che a taluni poterono apparire reticenza e che invece furono tentativi, umanamente combattuti, per tenere accesa nei periodi di più fitto buio e di crudeltà la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia”.

L’elezione del cardinale Pacelli di patrizia famiglia papalina, romano del rione Ponte, figlio di un avvocato della Sacra Rota terziario francescano e di una giovane proveniente da una ricca famiglia mercantile di Tivoli, fu trasmessa in diretta dalla Radio Vaticana il 2 marzo 1939. Il giorno successivo all’elezione, il papa si servì della trasmissione radiofonica su onde corte per manifestare la sua preoccupazione al mondo. Dum Gravissimum comunicava ai credenti e ai non credenti la supplica del pontefice per salvare la pace. Ma, come era già accaduto a Benedetto XV prima della Grande Guerra, i suoi appelli caddero sciaguratamente nel vuoto.

Il 1° settembre 1939, alle 5,25 del mattino, la Wehrmacht penetrò in Polonia provocando la reazione franco-inglese e l’aggressione sancì l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Il papa, che da nunzio aveva trascorso dodici anni a Monaco e a Berlino prima di essere nominato segretario di Stato da Pio XI, nutriva un particolare affetto per il popolo tedesco e non volle mai tradire l’atteggiamento di prudente imparzialità che riteneva un dovere della Chiesa: “Noi amiamo, ce n’è testimonio Dio, con uguale affetto tutti i popoli senza alcuna eccezione e per evitare anche solo l’apparenza di essere mossi da spirito di parte, c’imponiamo il massimo riserbo”.

Lungo l’intero arco del conflitto, Pio XII si mantenne fedele a questo principio senza mai condannare esplicitamente il nazismo e Hitler come pure gli era richiesto da più parti, né condannò il fascismo quando Mussolini entrò in guerra al fianco del Fuhrer. Subito dopo la fine della guerra, invece, non ebbe esitazioni a scomunicare il comunismo. L’avvocato Giorgio Angelozzi Gariboldi scrive in “Pio XII, Hitler e Mussolini” (Mursia 1988): “Pio XII era prigioniero del suo silenzio, tormentato dalla consapevolezza che una protesta solenne avrebbe provocato spietate reazioni da parte di Hitler. Un’eventuale denuncia pubblica sarebbe stata l’inizio dell’agonia di tanti ostaggi in mano ai nazisti”.

Un papa incerto, secondo alcuni. Fin troppo sicuro dei propri giudizi politici, secondo altri. “Un pontefice – scrive Antonio Spinosa in “Pio XII, l’ultimo papa” (Arnoldo Mondadori, 1992) – che aspirava naturalmente alla pace e che si era invece trovato ad attraversare un’epoca sconvolta da guerre e da conflitti ideologici senza precedenti, tanto da definire la tiara una corona di spine”. Si rifiutò di lasciare Roma di fronte alla minaccia di essere rapito dai nazisti, accorse nei quartieri bombardati guadagnandosi il titolo di Defensor Urbis, accolse migliaia di sfollati in Vaticano e nelle ville pontificie di Castel Gandolfo e come Benedetto XV istituì un ufficio informazioni sui prigionieri. Sarà sufficiente per dichiararlo santo?

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