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Cara Varese

RACCONTO IMPOPOLARE

PIERFAUSTO VEDANI - 14/02/2020

Piero Chiara

Piero Chiara

Via i magistrati terroni dai palazzi di giustizia, via i terroni dalle case popolari: i leghisti prima maniera mica scherzavano promettendo rivoluzione ai pacifici elettori di casa nostra, secondo loro oppressi.

Fu molto triste constatare che la civilissima Varese, certamente tradita dalla banda politica di Tangentopoli, con leggerezza accettò di partecipare all’impossibile avventura proposta dai rudi rampanti seguaci di Bossi, tempo addietro attento al verbo di Carletto Marx.

La Lega Nord non si limitava infatti alla campagna contro la gente del Sud, ma recuperava e imponeva un ritorno o quanto meno uno sguardo attento all’era campagnola del nostro territorio. Il tutto non tralasciando anche la rivalutazione linguistica del tempo antico con toponomastica in dialetto e a volte con una parlata, anche in occasioni ufficiali, nella quale affioravano pure volgarità.

La città che aveva accolto per tante stagioni il meglio del turismo, anche europeo, nei suoi gioielli Liberty, dovuti a un maestro come il Sommaruga, questa città bella e dolce correva il rischio di apparire degna più del palio di Bobbiate che non del suo elegante ippodromo delle Bettole.

Nonostante fosse stata innestata la marcia dell’arretramento culturale – affiorava a volte anche negli strafalcioni di consiglieri comunali durante i loro interventi in aula – a livello di comunità ci furono solo brontolii e ironie. Va sottolineato che a favorire un inizio senza botti della nuova gestione della città, si era nel 1993, ci fu la sorpresa di un sindaco colto e umanamente gradevole, Raimondo Fassa, avvocato gallaratese, il quale però nel 1997, molto deluso, non avrebbe rinnovato l’impegno preso con i rivoluzionari caserecci.

Vista l’impossibilità di cacciare giudici e operai meridionali,che si guadagnavano i loro stipendi come i nativi, nel Carroccio pensarono che per rispettare le promesse elettorali fosse doveroso procedere con qualcuna delle iniziative annunciate. E allora via i meridionali dalla giuria del premio letterario dedicato a Piero Chiara e istituito per iniziativa dell’assessore comunale dc De Feo al tempo del declino della Prima Repubblica.

Chiara, che negli ultimi anni della sua vita si divideva tra Varese e Luino, dove era nato figlio di un immigrato siciliano, aveva raggiunto grande fama. La dedica del premio fu una scelta azzeccata anche perché era stato destinato all’autore di racconti nei quali Chiara eccelleva. E anche la giuria fu degna del premio. I top letterati che la componevano erano Michele Prisco, i cui scritti apparivano già allora nelle migliori edizioni della storia della letteratura italiana, Raffaele Nigro, giovane autore già in orbita nazionale, entrambi… sudisti; poi il veneto Gino Montesanto autore molto affidabile e Fernanda Pivano, genovese, scrittrice di alto profilo, traduttrice di fiducia di Hemingway, ispiratrice di De Andrè mitico cantautore ligure.

Verità vuole che il commando della nuova era culturale che diede l’assalto al Premio Chiara non ebbe totale adesione, ma anche in politica a volte bisogna fare quello che dice la mamma.

Le reazioni negative al provvedimento che destabilizzava l’immagine di Varese furono numerose, il premio fu salvato prima da una gestione comunale poi, scacciato dal Palazzo, trovò continuità e autonomia grazie a un gruppo di amici che faceva capo anche a familiari di Chiara e al professor Roncoroni, comasco, collaboratore ed erede letterario dello scrittore.

Il premio ha fatto per decenni chilometri in Italia pur avendo mantenutola sua sede in città. Un pellegrinaggio che ha favorito nuove occasioni e percorsi diffondendo messaggi positivi, incentivando l’attenzione alla cultura. Era già accaduto da noi: con la novità del “Chiara” Varese sembrò elettrizzata, molto attenta e impegnata nella scoperta di aspetti del mondo letterario e della lettura. Direttamente coinvolta nella votazione del miglior racconto la comunità fu davvero sempre attenta a tutte le tappe cittadine del premio, quella finale compresa.

Con una Lega più esperta e meno supponente, con altri vertici politici, Salvini incluso, cioè con una Lega della penna e non della zappa, ci saremmo risparmiati brutte figure e la lunga parentesi dell’esilio del Premio.

Ho ricordato la barbarie letteraria di casa nostra perché sono passati tanti anni e in una casa per bene non ci deve essere polvere sui mobili.

È rinato dunque il legame tra Varese e il suo premio, Palazzo Estense ha un sindaco che dimostra di avere sensibilità e per di più nell’ambito della Giunta e dell’intero consiglio comunale Galimberti ha persone in grado distare al fianco del Premio, cioè di essere utili e amiche.

La storia del Chiara ha una trentina d’anni: il premio scacciato da Palazzo Estense, dopo un mese o poco più di trattative, avviatesi nel dicembre scorso, ecco che torna a casa dove è accolto a braccia aperte. E sarà meglio per la città che in futuro venga curato con attenzione perché è un notevole bene culturale e come tale va trattato e offerto.

Accenno oggi alla vergogna della Varese degli Anni 90 per informare i cittadini più giovani e i loro eredi futuri. E perché oggi va di moda parlare del futuro, sorvolare su un presente doloroso, ignorare tonfi e disastri anche di tempi vicini.

Il passato del Premio Chiara è storia della città, mai le pagine brutte vanno strappate e dimenticate perché ci aiutano esse pure a crescere.

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