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Chiesa

FRATELLI E SORELLE

EDOARDO ZIN - 15/07/2022

messa-chiesa-alpinaLo desideravo da tempo. Volevo rivedere i luoghi alpini che mi ospitarono durante le estati per più di cinquanta anni e ritrovare i miei amici, rivivere con loro e con gli abitanti del luogo la Messa in una chiesina candida e raccolta, alta sul villaggio disseminato nel fondo della valle alpina.

Salendo il breve sentiero che dal borgo porta alla chiesetta, incontriamo volti amici anche se ormai le rughe che li incorniciano celano le fattezze di un tempo. Entriamo. La chiesa trabocca di valligiani, tutti nei loro costumi di festa, e di ospiti confusi nelle ultime panche o nascosti in un angolo.

L’organo incomincia a suonare ed un coro sale impetuoso, solenne, coraggioso: “Heilig. Heilig…”. E’ un popolo coeso che canta, che ci fa ringiovanire e mette alla prova la sua unità. Chi presiede all’Eucarestia è un sacerdote di mezza età che entra nella chiesina dalla porta centrale preceduto dalla croce astile, in mezzo a due grossi ceri portati da due ministranti, un diacono sorregge, ben alto, l’evangelario, che viene posto nel mezzo di un antico altare ligneo barocco. Solo allora mi accorgo che l’altare è spoglio, non ha niente di sacrale: niente fiori, alcun candeliere, nessuna tovaglia.

Chi presiede l’Eucarestia accoglie con brevi parole i suoi parrocchiani e i turisti. Cita anche noi. Alle invocazioni di perdono, l’assemblea risponde cantando: “Kyrie, eleison” per implorare la misericordia del Signore e al termine della preghiera d’introduzione conferma con un vigoroso “Amen” la richiesta del celebrante.

Tutti si siedono. Si ascolta la Parola che viene proclamata. Subito dopo, l’evangelario viene portato dall’altare all’ambone e il diacono diffonde la parola di Gesù: tutti si alzano in piedi e sgorga l’Alleluja. L’omelia è breve e per rispetto degli ospiti viene esposta in italiano: il celebrante non parla tanto dell’uomo, ma di Dio, le sue parole non sono nemmeno sacralizzate, sterilizzate, depurate dal mondo, ma impastate con la vita (“Ti scongiuro, Signore, strappa dal petto dei potenti il loro cuore pietrificato e metti al suo posto un cuore di carne”). Il silenzio dopo l’omelia dura a lungo e mi sembra di rinascere. Un ministrante porta all’ambone un registro dove i fedeli hanno scritto durante la settimana le richieste di preghiera. Vengono lette: sono una fila di nomi, talvolta un pensiero che li congloba tutti, lasciando a Dio la cura dell’elencazione.

A questo punto due ministranti preparano la tavola: stendono le tovaglie, posano un cero acceso che arde accanto ad una variopinta corona di fiori colti nel prato; si portano il pane e il vino perché il soffio dello Spirito li trasformi nel Corpo e nel Sangue del Figlio e perché, spezzato in piccole parti, venga distribuito tra i fratelli per cementarli nella carità. Non portano questi uomini grano e uva, ma pane e vino, realtà elaborate dal lavoro dell’uomo ed è come se portassero alla mensa il simbolo e la sintesi dell’intero creato che hanno attorno. L’offerta dei doni è accompagnata da una corale (non da una canzone!) di Bach e l’anima si placa. Guardo fuori della vetrata: le ardite pareti grigie, il sole d’oro che le illumina, il verde dei pascoli mi inducono al raccoglimento. Tutto quell’universo entra nell’Eucarestia che, oltre ad essere la presenza di Dio, è il segno della sua presenza nel mondo.

Al termine della preghiera eucaristica, si eleva un triplice “Amen” cantato; gli sguardi sono rivolti alla mensa: ammirazione, adorazione, gioia, fede si mescolano. L’ “unser Vater” è cantato in tedesco e i fedeli levano le mani al cielo; lo scambio della pace è pluriforme: una coppia di giovani sposi si baciano, i componenti di una famiglia si abbracciano, un bimbo corre dalla nonna a darle un bacio. Alla comunione il celebrante passa tra i banchi a distribuire il pane celeste e i fedeli, come dei mendicanti, tendono la mano. Segue un lungo silenzio.

E’ una liturgia viva e significante. Si sente l’anima di una comunità che si rende ancor più visibile al termine della messa, sul sagrato, quando il celebrante giunge per salutare il suo popolo, chiedere informazioni, ascoltare richieste, accogliere inviti per una cena.

Questi gesti mi rimandano all’esodo dall’assemblea liturgica domenicale in certe nostre parrocchie perché sono poco umanizzate. La fede viene lì vissuta interiormente, ma non celebrata con gli altri. Sono celebrazioni stanche, monotone, talvolta ideologizzate, piene di concezioni ancestrali, tradizionali, non legate alla vita.

La chiesina alpina resta deserta, ma i sentimenti migliori – essere comunità, vivere in comunione con gli altri, lasciarsi abbandonare all’infinito – restano e lo spirito rifiorisce nella fede in Dio e nell’amore per gli altri.

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