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Cara Varese

MAGISTRATURA NON PROTAGONISTA

PIERFAUSTO VEDANI - 08/03/2013

Essendo un aureolato “fuori corso” a Giurisprudenza, quando fui assunto dal quotidiano comasco La Provincia – era il settembre del 1961 – venni subito incaricato di seguire la cronaca giudiziaria. Cosa che mi costrinse a studiare o ripassare bene tutto quanto riguardava procedure e vangeli vari del diritto penale. Un cronista un tantino specializzato era una novità per i tempi, mi accolsero bene magistrati e avvocati, mi insegnarono il valore del rispetto per tutti, imputati compresi, la civiltà dei rapporti che ci deve essere in ambito giudiziario anche nei più duri e drammatici confronti.

Il palazzo di giustizia lariano come microcosmo di un efficiente servizio alla collettività lo avrei ritrovato due anni dopo a Varese: il profilo era leggermente diverso perché il nostro capoluogo non era ancora sede di Corte d’assise e si sa quanto essa stimoli nell’attività forense, ma l’atmosfera, lo stile, gli uomini e i loro comportamenti erano quelli che avevo apprezzato al mio esordio in un compito delicato.

Nel tempo avrei constatato che si trattava di uno standard per le città medie e piccole dell’intero Paese: una giustizia che si differenziava da quella delle grandi città in sue alcune espressioni. È possibile che io esageri cedendo alla tentazione elegiaca caratteristica degli anziani, ma in una comunità piccola contatti e rapporti sono più facili, non esclusi quelli che hanno connaturato una sorta di riserbo, di sacralità; anche se non lo farà mai, da noi il semplice cittadino può considerare abbordabile il magistrato che tranquillamente passeggia in corso Matteotti.

Negli ultimi cinquant’anni Varese ha vissuto vicende giudiziarie importanti: terrorismo, malavita organizzata, gravi crimini comuni e scandali politici hanno tenuto banco, ma la magistratura ha evitato le tentazioni di protagonismo che altrove possono avere creato qualche imbarazzo.

La scoperta della platea mediatica in provincia non ha attecchito, in alcune grandi città ha visto nascere magistrati star: non contesto gli obiettivi di parecchie iniziative giudiziarie, alcune delle quali particolarmente meritorie, ma in più occasioni è affiorata la spettacolarizzazione che le ha accompagnate. Sono stati comportamenti e scelte del mondo delle toghe impensabili nel 1963, non solo a Como o Varese ma anche nelle grandi città. C’è da dire che le metropoli sono ribollenti crogioli, che vi si trovano le condizioni per tutto ciò che si sviluppa vigorosamente e in modo spesso disordinato nella società civile, nel lavoro, nella finanza,nella politica. La magistratura è andata in prima linea, ha anche avuto tanti caduti per mafia e terrorismo.

Oggi ci sono segnali di riflusso in ordine a una tendenza in atto da tempo: credo sia un bene, ma non dovrà mai mancare vigilanza adeguata perché dietro le attese riforme del sistema giudiziario nazionale non si nasconda qualche bavaglio alla democrazia.

Intanto noi continuiamo ad avere fiducia nella giustizia di casa: in mezzo secolo si sono avvicendati magistrati dal diverso temperamento ma tutti di ricco sapere giuridico. È una valutazione complessiva la mia, fatta con la serenità che, agli inizi della carriera e da un giovane pubblico ministero, mi venne indicata come utile strumento nella ricerca della attendibilità. Utile anche per capire meglio situazioni e vicende estranee al mondo giudiziario.

La giustizia merita attenzioni, cure e anche dure polemiche non per eventuali escursioni politiche, ma per la macchinosità e i ritardi dell’intero sistema.

A Roma prima di varare progetti di mordacchie ai pubblici ministeri si creino i presupposti per una giustizia molto più rapida, a cominciare dalle cause civili. Si tratta di una vera emergenza nazionale. Riguarda anche casa nostra.

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