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Cara Varese

CI VUOLE UNA RIVOLUZIONE

PIERFAUSTO VEDANI - 24/04/2015

Andrea Abodi

Andrea Abodi

Ognuno di noi porta il suo mattone all’edificio della comunità e solo il tempo permetterà di valutare la reale utilità di questo mattone. Situazioni, circostanze ma soprattutto gli obiettivi economici, sociali, culturali di ogni epoca saranno determinanti per valutare la portata dei nostri piccoli personali contributi agli interessi collettivi.

Da qualche tempo la Varese del boom economico e sportivo è solo un ricordo che immalinconisce chi lo ha vissuto e non sembra nemmeno uno stimolo per le nuove generazioni che si sono incartapecorite fondamentalmente per il declino della classe politica iniziatosi negli Anni 80 e che oggi può trovare qualche giustificazione solo nella recessione.

Non va infatti dimenticato che il nulla o poco più rappresentato a Varese dall’era leghista e associati è venuto dopo la crisi morale e materiale provocata da pirati e bucanieri della prima Repubblica che avevano fatto di Roma e dell’intero Paese la loro isola della Tortuga di salgariana memoria.

Ho pensato ai mattoni degli appassionati di sport e di moltissimi altri cittadini che accompagnarono la scalata del Varese alla serie A all’inizio degli Anni 60 e ai calcinacci di coloro che nei giorni scorsi hanno devastato lo stadio di Masnago per “punire” squadra e società di calcio ultima in classifica. Ho pensato ai tifosi del Parma,alla loro civiltà a fronte dei comportamento di dirigenti indegni: ci sono state proteste civili, pubbliche, si può dire che i tifosi abbiano coinvolto nella loro azione l’intera città suscitando ammirazione generale. Anche il danneggiamento dell’impianto di Masnago ha portato Varese alla ribalta nazionale, l’episodio ha tenuto banco per due giorni nei mass media, ha comunque contribuito a rafforzare le file di quella parte del mondo calcistico che non vuole più attorno a sé prepotenti e violenti.

 C’è però un aspetto di questa nera pagina della storia del calcio di casa nostra che merita qualche considerazione in rapporto ai mattoni con i quali l’edificio della società è stato costruito e gestito.

Varese ha avuto dirigenti e mecenati indimenticabili, ma anche altri, tutti forestieri, da noi approdati nei momenti di crisi presentandosi come salvatori.

Alcuni di loro non sembrarono più tali al momento della loro partenza. Un fenomeno non solo varesino: l’esercito dei professionisti della salvezza calcistica è stato ed è ancora un fenomeno purtroppo tollerato a livello nazionale: ha resistito a Calciopoli, di fatto poco interessa la magistratura mentre gli apparati del controllo tributario danno l’impressione di preferire che si chieda gli scontrini ai clienti dei negozi. Se pensiamo però a errori e lacune del calcio nazionale dobbiamo ammettere che prima di criticare la mano pubblica dovremmo valutare il comportamento di quella “privata” e sportiva nella quale ha trovato spazio e agibilità una rappresentanza appunto di “salvatori” di professione.

Anche la “giustizia” sportiva conferma che il calcio nazionale ha singolari caratteristiche. Codice calcistico alla mano per Calciopoli per esempio la Juve avrebbe dovuto ricominciare dalla serie D, il Milan era destinato alla B, mentre altre squadre sono state giudicate con pari longanimità e potenti dirigenti sono stati “prescritti”. Insomma una giustizia che può sembrare su misura, una giustizia dei ricchi.

II Varese scenderà in C, potrà conoscere altre penose vicende sportive, ma già da oggi sarà opportuna una costante e vigile presenza delle istituzioni. Nessuna accusa a chi ha gestito la società biancorossa, ma c’è l’opportunità di iniziare l’eventuale risalita partecipando all’attesa rivoluzione culturale, alla collaborazione con gli uomini nuovi del calcio. Ce ne sono e danno eccellenti esempi. Il primo è proprio l’uomo che guida la serie B, il presidente Abodi. Il grande calcio ha preferito vecchi personaggi, Varese invece retroceda con dignità agendo e pensando in grande. Chissà che il futuro non diventi di nuovo degno di un grande passato.

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