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Attualità

“CARO FRANCESCO”

EDOARDO ZIN - 13/11/2015

papa“Caro fratello Francesco,

ho riflettuto a lungo su che modo rivolgermi a lei. Avrei dovuto chiamarla “Papa”, o “Santità”, o “Beatissimo Padre” o “Padre Santo”, ma poi mi sono sovvenuto delle parole di Gesù: “Ma voi non vogliate essere chiamati padri perché uno solo è il vostro padre: quello che sta nei cieli”. Allora mi sono fatto coraggio e mi rivolgo a lei come “fratello”, pur sapendo che io sono l’ultimo dei cristiani e lei il vescovo di Roma che sovraintende, per volontà di Gesù, alla chiesa universale. Lei è il pastore, io la pecorella che spesso si smarrisce, ma viene cercata, salvata, amata e ricondotta all’ovile da un altro fratello nella fede, peccatore come me, ma a cui lo stesso Gesù ha dato il potere di perdonarmi in suo nome.

Ricordo la sera della sua elezione: prima di benedire noi, suoi figli, ha chiesto a noi di chiedere nel silenzio la benedizione del Padre su di lei. Quel gesto risvegliò in me pensieri sopiti, custoditi nel cuore, ma mai rivelati: il papa diveniva mio fratello e dimostrava che non è sopra la chiesa, ma dentro la chiesa. Quel gesto fu il primo di tanti altri che suscitarono ammirazione per lei, ansia di risveglio in me, speranze scoppiate nell’aria, a qualcuno parve che si fossero riaccesi i fuochi della Pentecoste.

Col tempo, alle posizioni rigide, lei fece subentrare la conversazione paterna e coi nostri fratelli vescovi la discussione cordiale, l’esorcismo divenne spirito di comprensione, rispetto della coscienza. Nelle sue parole pronunciate la mattina, a Santa Marta,ritrovai spontaneamente le certezze di cui avevo bisogno e la speranza che divenne luce per la mia anima talvolta spenta.

Ora l’aria che si respira in Vaticano, ma non nella Chiesa, o forse alberga soltanto nel cuore di qualche cristiano tiepido, è quella di un oceano in tempesta. Ma il suo animo è sereno perché il suo desiderio di annunciare Cristo all’uomo d’oggi e la sua sollecitudine di andare a lui incontro per ascoltarlo sono molto più forti dell’amarezza che le possono aver procurato la spregiudicatezza e la sfrontatezza di qualche consigliere finanziario.

In questi giorni ho lungamente meditato, e col cuore gonfio di tristezza, sulle cause che, non solo ai nostri tempi, ma lungo i secoli, hanno condotto la Chiesa così lontano dalla semplicità evangelica.

Ho aperto il Vangelo e ho trovato scritto: “Vattene via da me, Satana, tu mi sei di scandalo perché non senti quello che è di Dio, ma quello che è dell’uomo”. A me sembra che gli scandali, le delazioni, gli errori, spesso taciuti, giustificati e nascosti, siano dovuti – e lei ce lo insegna di sovente – alla mondanizzazione (non all’umanizzazione, che è tutt’altra cosa!) del popolo di Dio, che è la Chiesa.

Lei è stato eletto vescovo di Roma dai suoi fratelli cardinali proprio perché essi desiderano una chiesa povera nelle strutture ad imitazione dei discepoli partiti ad annunciare la buona novella “senza bastone né bisaccia” e non basterà la cupidigia del danaro o il desiderio di vanagloria di qualche curiale con le sue subdole influenze a soffocare lo Spirito come se esso fosse stato dato solo a qualcuno e non a tutti i battezzati.

Lei, fratello Francesco, possiede lo spirito di Cristo e grida la verità con tutto il suo essere. Continui così, a parlarci non solo di Dio, spesso atto di presunzione di tanti teologi, ma ad insegnarci a parlare a Dio, che è preghiera; continui a compiere gesti di condivisione, a spezzare il pane eucaristico, gesto originario ed essenziale della liturgia cristiana, ma segno anche di carità che sazia l’affamato, culto a Dio gradito perché atto di giustizia; continui a proclamare l’equità verso i miseri, il diritto nei confronti degli oppressi, la sobrietà, virtù autenticamente evangelica e ricca di umanità.

Così faceva il diacono Lorenzo e così si comportava come tesoriere di una delle prime comunità cristiane.

Lei sa che i pericoli per chiesa non vengono dall’esterno a essa: i mangiapreti, gli atei, i comunisti, l’islam, ma dall’interno ad essa. Oggi è il mondo malato che chiede aiuto alla Chiesa. Lei ha enunciato con franchezza, in un memorabile discorso alla curia romana poco prima del Natale scorso, le malattie a cui essa è esposta. A me, laico battezzato, sembra che due siano le minacce che provengono dall’interno: l’integrismo e il permissivismo. Tutte e due sono deleterie: la prima colpisce la comunità ecclesiale e la ritiene un club esclusivo per pochi eletti, uniti da relazioni affettive e simpatie umane e a volte da accordi ed interessi non del tutto evangelici. Si ritengono i soli “salvati” e le loro liturgie e i loro messaggi escludono di fatto gli altri credenti. La seconda minaccia proviene da miei fratelli nella fede che confondono l’emozionalità del prodigioso, dello straordinario, se non del miracolistico, con l’autenticità della fede fondata sull’Eucarestia, sulla Paola di Dio e sulla carità verso i più poveri, operando perché ogni disuguaglianza sparisca.

Le dirò, in confidenza, che di questi scandali mi sento anch’io colpevole, di questi chiacchiericci mi sento anch’io responsabile perché la mia vita è stata spesso poco cristiana. Sognavo di migliorare la Chiesa alzando la voce per maledire il dominio del denaro, denunciando talvolta il cattivo comportamento di alcuni suoi membri, dimenticando al contrario che la Sposa di Cristo è in continuo stato di conversione e che essa si rinnova quando io vivo sinceramente la mia fede e in tal modo faccio ritrovare la voce di Gesù più con la vita che con le parole. Ho usurpato il titolo di battezzato ogni qual volta sono stato motivo di scandalo perché ho guardato di più alla pagliuzza che è nell’occhio del fratello piuttosto che alla trave che c’è nei mie occhi.

Mi perdoni, fratello Francesco, ma sappia che io amo la Chiesa, l’amo come corpo di Cristo e come comunità in cui posso trovare” parole di vita eterna” e vorrei che essa conservasse la sua bellezza nella nobile semplicità dei riti, nelle parole di perdono e di conforto espresse dai preti dall’ambone o nel sacramento della riconciliazione, nell’amore verso il mondo intero, vero olio per riempire la mia lampada e rendere cosi’ autentica la mia vita.

Continui a parlarci di Gesù e del suo messaggio con la franchezza non faziosa come quella degli zeloti. Guarderemo così con fiducia verso la finestra della Piazza di San Pietro da dove lei, pastore del mondo, ogni domenica spiega il Vangelo della speranza.

Il povero suo fratello Edoardo”

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