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Attualità

LINGUAGGIO DI SPERANZA E DI OPERE

EDOARDO ZIN - 02/06/2016

vareseSembra che lo stile delle campagne elettorali per le amministrative sia cambiato. Non più folle osannanti, ma incontri nelle sedi delle associazioni, nei circoli, nei bar, in luoghi simboli come il “piantone”: poca gente, ma molto dialogo, discussione sui problemi veri. È astenia elettorale, disinteresse oppure democrazia più partecipata?

Le parole scambiate sui social network, nei talk – show, alla televisione, nei discorsi dei “leader” nazionali sono, al contrario, gridate, mistificate o ridotte a scherno o addirittura a barzellette.

 Non mi sento più rappresentato da queste ciarlate pronunciate da seduttori che ingannano col sorriso, da giocolieri che pensano che la politica sia un divertimento per giovani nullafacenti, da illusionisti che promettono e ripromettono, usando la parola come strumento di potere!

Voglio riappropriarmi, in questa vigilia, del mio tempo, ritrovare me stesso, sconnettermi per riflettere, conoscere, provare a comprendere. Mi hanno insegnato che “elezione” deriva da “elegere”, cioè scegliere, e che voto deriva da “vovere”, cioè “far voto, auspicare”.

Io non dovrò scegliere perché, non essendo residente in un Comune in cui si andrà alle urne, non eserciterò questo mio diritto-dovere; conseguentemente non potrò auspicare che vinca questo o quello. Ogni giorno mi reco a Varese, constato le sue carenze, il suo degrado, i commerci che chiudono, leggo i giornali locali, m’imbatto in personaggi pubblici coi quali scambio opinioni. Mi sembra, perciò, di aver titolo a dire qualcosa sulla città.

Mi chiedo: che cos’è una città? Quali doti deve avere il capo di una città? Al di là delle cose da fare, dei progetti da realizzare, dei bisogni da assecondare quale deve essere la visione che un pubblico amministratore deve avere della sua città?

Una città non è soltanto lo spaccato di un attimo fuggente, la fotografia degli uomini che la occupano in un determinato momento. Essa vive nel presente, ma è proiettata nel futuro ed ha le radici in una storia, in una cultura, muta testimonianza che deve continuare nelle belle tradizioni attorno alle quali la città vive e si perpetua. La città è l’espressione della vita quotidiana di persone che hanno bisogno di affetti, di relazioni, di lavoro, di cibo, di istruzione, oltre che della sofferta tensione dei costruttori che la devono rendere vivibile e bella.

La città non può essere governata come se fosse un’azienda o una proprietà privata. Lo scopo dell’imprenditore è quello di trarre giusti benefici dalla sua attività, quello di un sindaco è rispondere ai bisogni della gente. In una proprietà privata non si può entrare, in una città si deve entrare, cioè partecipare, condividere le altrui esigenze, in uno spirito aperto che abbatta le complicità occulte, l’inerte assuefazione di molti, l’arroganza del benessere di troppi tranquilli cittadini che vivono solo per assicurarsi un buon conto in banca, frutto non di lavoro, ma di allegra finanza.

Il sindaco è a capo di questa comunità. È la guida capace di parlare il linguaggio delle singole necessità per essere compreso, un linguaggio di speranza per essere desiderato e un linguaggio di opere per essere creduto. È un uomo che, oltre che competente, è testimone di idealità per le quali spendersi e nei cui talenti e potenzialità i cittadini credono. Non è un solista, ma un direttore d’orchestra che deve guidare la giunta comunale cercando di unire le diversità. È il primo cittadino nel quale gli abitanti ritrovano l’orgoglio per un ruolo che deve essere gestito come occasione d’una ricerca comune, piuttosto che come affermazione di potere personale o risposta ad un’appartenenza che paga.

Non è facile oggi fare il sindaco. È legato dai lacci e lacciuoli di leggi contraddittorie, da regolamenti infarciti di commi e paragrafi espressi con un linguaggio astruso, dalla burocrazia pronta a sparargli contro. Ecco, di fronte a queste difficoltà, vorrei un sindaco che avesse sul suo tavolo la Costituzione aperta sul capitolo I – quello che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini – e prima di prendere qualsiasi decisione si chiedesse se questa rispetta quei diritti.

E i cittadini? Sono loro i costruttori di una città che non può morire per indifferenza o partigianeria. Ogni città, tutte le città hanno bisogno di una tensione etica collettiva, di una convivenza che parte dalle piccole cose, di comprensione verso gli altri.

Deve scomparire “quest’odio che mai non avvicina il popolo lombardo all’alemanno” – direbbe il grande poeta nazionale. La corruzione e la possibilità di esserne intaccati, di vacillare davanti alle prime difficoltà, la psicosi del reciproco terrore, il muro di diffidenza, se non di violenza, si combattono non con le armi dell’odio, ma abbattendo ogni confine, lo spazio, il tempo, facendo cadere ogni steccato: quello dell’ignoranza, dell’ arroganza, della prosopopea.

La città vive se si passa l’uno accanto all’altro non come sconosciuti, ma come amici, non con l’indifferenza, ma con l’interesse. Se ci si chiude in sé, esercitandosi allo scontro e non all’incontro, rimarremo sempre incapaci di trovare un senso da dare alla città. Questo vale per tutti: per coloro che militano in opposti schieramenti, per i giovani che faticano a trovare un futuro, per gli anziani che vivono, spesso abbandonati, nelle case di riposo, per il disoccupato che ha una famiglia da mantenere, per gli stranieri che ospitiamo purché rispettino regole che, sole, non sono sufficienti perché occorrerà proporre loro anche valori.

Occorre un’insurrezione delle coscienze. Andrei a votare per scegliere persone che non si lasciano sedurre dal “così fan tutti” e auspicherei che fossero capaci di far vivere la città con l’attenzione alle persone più bisognose, alla qualità della vita, alla cultura. Cioè all’uomo.

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