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Politica

REFERENDUM/1 SE DECIDE IL POPOLO

GIUSEPPE ADAMOLI - 27/10/2016

costituzioneNon di rado si sente dire in modo allarmato che dopo il 4 dicembre avremo l’Italia spezzata in due, che non si doveva indire il referendum, che sarebbe stato opportuno affidare l’elaborazione della riforma costituzionale ad un comitato di saggi che l’avrebbero scritta meglio, che il Parlamento sarebbe delegittimato da un sentenza della Corte costituzionale che ha invalidato il sistema elettorale (Porcellum) con il quale deputati e senatori sono stati eletti.

In realtà le cose stanno ben diversamente. Il referendum è una formidabile occasione per un’amplissima discussione sulla vita delle Istituzioni e per interiorizzare i capisaldi costituzionali. Molti cittadini, giovani e anziani, hanno letto (leggiucchiato) qualche parte della Costituzione, anche quella vigente, soltanto in questa circostanza malgrado il grande successo dello spettacolo di Benigni sulla Costituzione più bella del mondo.

L’Italia si sarebbe comunque divisa su questa importantissima innovazione mentre il giudizio del popolo è di per sé riconciliante. Questo lo dicono gli avvenimenti del nostro Paese e non solo. Il primo e ben più importante referendum, quello fra monarchia e repubblica, fu vinto dalla repubblica solo col 54% dei voti malgrado le pesanti responsabilità monarchiche sui disastri del fascismo. L’Italia sembrò pericolosamente spaccata in due, il nord per la repubblica e il sud per la monarchia ma l’unità si ricompose perché il popolo aveva parlato. Una spaccatura, allora, ben più profonda di quella che annunciano i sondaggi anche questa volta con il Sì in vantaggio al nord e il No in vantaggio al sud. Il vento del cambiamento che spira al nord e le resistenze conservatrici al sud sono una costante della storia repubblicana.

La Corte costituzionale, amputando parti importanti del Porcellum, non ha affatto negato a questo Parlamento la legittimazione giuridica a fare le riforme. Tutt’altro, l’ha spronato ad approvare la nuova legge elettorale dicendo chiaramente che la sentenza non ha nessuna incidenza né per il passato né con “riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali”. Significativo e dirimente il fatto che questa pronuncia (4.12.2013) sia arrivata dopo che le Camere (23.5.2013) avevano già espressamente dato al governo il mandato di presentare un progetto di revisione costituzionale in un tempo nel quale non si riusciva neppure ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Quanto alle Commissioni di esperti, sono molti i costituzionalisti i quali affermano con sincerità che mettere dieci di loro intorno ad un tavolo significa avere dieci differenti Costituzioni. Il problema è ben diverso. Le modifiche costituzionali devono essere discusse e ridiscusse dal Parlamento e poi attraversare il fuoco della battaglia politica che coinvolge direttamente i cittadini. Altrimenti restano lettera morta.

La controprova la troviamo in sede europea. Tra il 2001 e il 2003 l’UE istituì una Convenzione composta dai rappresentanti degli Stati membri, degli Stati che volevano aderire, di esponenti del Parlamento europeo ed altri ancora. Furono scelte tante finissime “teste” che coprivano tutto l’arco politico, il presidente era Valéry Giscard d’Estaing, il vice era Giuliano Amato. Il suo risultato, che doveva prefigurare una sorta di Costituzione europea, non fu dibattuto nemmeno dal Parlamento europeo e il bellissimo trattato Costituzionale, approvato dalla conferenza intergovernativa nel 2004, fu subito sepolto dal No referendario in Francia,

Le decisioni che contano e che resistono nella storia democratica dei popoli sono assunte dal popolo. È il solo modo affinché siano assimilate ed accettate. Tutto il resto è accademia che non lascia nessun segno. Se gli italiani metteranno il convoglio sul binario del Sì, ri-comincerà un processo riformatore lento ma irreversibile ed altre riforme economiche e sociali seguiranno.

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