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Attualità

SOSTA A BETLEMME

EDOARDO ZIN - 23/12/2016

paceEsordisce in grigio il giorno invernale. Siamo in dicembre: ghiaccio, gelo e letargo. La terra dorme e la natura è immota. E con dicembre arriva Natale.

È facile rivangare i Natali di una vita. Ci sono stati Natali dietro Natali: quello dell’infanzia con la ricerca del muschio per il presepio e dei ciocchi di legno per le rocce; quello dell’adolescenza con i pifferi, gli alberi, le fette di panettone con gli amici; quello della giovinezza con la neve, le cantate nelle baite dolomitiche; quello della maturità con lo stupore dei figli davanti al presepio con il fondale blu e le stelle dorate di carta, la recitina all’asilo e poi la cantata alle elementari fino ai loro concerti del liceo e poi e poi… Ho cumulato Natali su Natali e oggi, con l’esistenza che si è fatta densa di esperienza, con il rigoglio della mente posso considerare le contraddizioni di questi Natali. Sono un uomo di questo tempo e devo accettare il Natale cartolinesco, consumistico e festaiolo, che si fa strada nel chiasso dei commerci e nello spreco. Vivere è proprio lasciarsi detriti d’ore alle spalle per muoversi verso il futuro. Ma non posso pensare alla mia storia senza la novità del Natale.

Non voglio condannare la festa. Desidero solo darle motivazioni più autentiche e letizia più genuina. La vigilia, a sera inoltrata, mi avvierò verso la chiesa: incontrerò amici, stringerò mani, “auguri”, “buon Natale”, il coro intonerà le pastorali che ormai mi accompagnano da una vita, ascolterò parole di consolazione. Ma che cosa mi resterà del Natale, del Natale di un Dio “esser perfettissimo, creatore del cielo e della terra”, inaccessibile, potente che si fa uomo come me, che come me ha vissuto in una famiglia, ha avuto amici, ha pianto, ha partecipato alla gioia, ha avuto momenti di ira?

Mi deve restare il Mistero, non un rito, la verità, non la cerimonia. Quel bimbo nato in una greppia, tra i disagi e i tormenti come milioni di bambini d’oggi senza tetto, senza pane e senza affetto, in una nuda stalla come in tante nostre città degradate, in una notte buia come lo è il mio cuore quando cerca soccorso, in mezzo a un popolo che non lo riconobbe proprio come noi respingiamo centinaia di uomini: quel bimbo è Dio. Sovverte il dio dei filosofi, rivoluziona una legge naturale, riconquista l’uomo e lo chiama all’eternità, lo inserisce in una dignità che oggi molti gli disconoscono. Ecco il Mistero: Dio si fa uomo perché l’uomo si riappropri della sua nobiltà.

L’umiliazione di tanti poveri, la miseria di tanti ricchi, la rassegnazione degli annoiati, l’arroganza di certi politici, l’ipocrisia di tante nazioni, l’insicurezza e la paura della povera gente, i sensi di colpa degli omicidi, tutto viene cancellato dal Dio che si fa uomo. Tutto cambia volto, il peccato può contare sulla misericordia, la fragilità umana sulla tenerezza di un Bambino.

E con il Natale Dio entra nella storia. L’Eterno entra nel tempo, toglie il limite tra Infinito e finito. L’Amore entra nel mondo.

La desolazione di Aleppo (speriamo che un giorno non ci sia qualcuno a dire: “Ma io non sapevo”!), le lacrime delle madri, degli orfani, delle vedove, il lamento dei feriti, il grido degli esuli, tutto, con la venuta di Dio a Betlemme, acquista dignità e solo chi non resta indifferente o neutrale ha diritto di condannare una barbarie indegna dell’uomo, la codardia dei potenti e il silenzio dell’ONU. Come pure dovremmo inginocchiarci davanti al senza-tetto morto di gelo in una stazione. E dovremmo fare il presepio, cantare la ninnananna ai neonati partoriti da donne che hanno affrontato peripezie indicibili su barconi o davanti alla donna violentata o all’emarginato a cui è stato appiccato fuoco. Natale è questo: adorare Dio e dare dignità all’uomo.

Non è forse questo che cantano gli angeli a Betlemme? “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà”. I libri liturgici francesi esprimono meglio questa realtà: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace agli uomini che Egli ama”. Ecco la sintesi del cristianesimo. Non ci sono documenti della dottrina sociale della chiesa o delle settimane sociali dei cattolici che compendiano meglio il significato del Mistero di Natale.

“Gloria a Dio nel più alto dei cieli”. Dare gloria a Dio è rispondere al Suo amore. Non sono gli atti religiosi che fanno il cristiano, ma la sua vita che glorifica il suo Signore. Negli atti religiosi fatti di unzione strascicata e di pietismo dei calli sui ginocchi talvolta ci sono ostentazione e insincerità. La pietà popolare ha fatto del Bambino un bimbo innocuo, che non disturba le coscienze dei benpensanti, mentre chi crede in Lui come crede nel sorgere del sole, anche nelle giornate di nebbia, è il vero credente perché si fida di Dio che gli tende la mano.

Il cielo non è solo sopra di noi. Ci attornia, ci avvolge, è tra noi e non separa l’incontro con l’altro. Dio non è al di là dell’umano, ma è al centro della realtà.

“Pace in terra agli uomini di buona volontà”. La pace non è un dono destinato e fabbricato dai cristiani, ma è di tutti coloro che cercano Dio perché si sentono da Lui amati. È di coloro che non lo cercano, ma Lo attendono quando busserà al loro cuore e Gli apriranno la porta, diventando loro stessi casa di Dio. La pace è un dono anche per coloro che non credono nel Natale, ma che servono con semplicità il sofferente nelle carceri, negli ospedali, nei centri di accoglienza: Dio li ama, anche se essi non Lo godono.

Il Natale mi ricorda proprio questo: che ogni uomo è prezioso perché carne di Dio.

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