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Cara Varese

LA SINDROME DI ALBINO

PIERFAUSTO VEDANI - 18/01/2018

albinoritDopo la seconda guerra mondiale a volte la chiamavano “sindrome di Albino” quando si parlava o si scriveva di situazioni nelle quali c’erano immediate modifiche dei comportamenti dovute a un singolare agente esterno.

Albino nobile destriero sopravvissuto alla leggendaria carica del Savoia Cavalleria in terra di Russia, per oltre 25 anni fu poi coccolato da tutti nella caserma milanese, sede del reggimento. Aveva conservato lo stile dei cavalli del Savoia, noblesse oblige, insomma Albino viveva con grande e fiera semplicità il ruolo del combattente a riposo, ma rizzava subito le orecchie e diventava attentissimo, quasi si irrigidiva pronto allo scatto, quando udiva squilli di tromba provenienti dal cortile della caserma. Mai più però udì il segnale che l’accompagnò nella carica del Savoia Cavalleria a Isbuscenskij il 24 agosto 1942, segnalata anche da studiosi internazionali come l’ultima in assoluto nella storia di tutte le guerre.

Ho ricordato Albino e gli squilli di tromba che lo rituffavano nel suo passato perché è lunghissima, insopportabile la quantità di tempo trascorsa da quando Varese andava alla carica in Italia e in Europa. E le odierne orecchie basse di tutti noi aggiungono tanta malinconia e fanno temere per il futuro.

Le cause del declino nazionale ogni giorno tracimano dai mass media, è una valanga di pessimismo che comporta gravi rischi: i varesini, che per anni combatterono, vincendola, la loro buona battaglia, devono appunto drizzare le orecchie anche al più flebile dei segnali perché si va male ma si può ripartire alla carica e vincere ancora.

Il come non è una formula magica, se pensiamo agli Anni 60-70, alla collaborazione, prudente ma mirata e concreta di forze politiche storicamente antagoniste; e se non si dimentica anche il recupero al servizio della città di uomini protagonisti nel loro campo personale d’azione e attenti pure alla storia e alla memoria, preziosi serbatoi di idee, spunti, modelli di iniziative e collaborazioni. Già, l’importanza del sapere, dello spezzare per tutti il pane della cultura.

Questa Varese non è scomparsa, si è ritirata, si è chiusa in sé – antico malvezzo – davanti allo strapotere di una politica che in Italia si è impadronita di tutto quanto poteva essere oggetto di potere e di lucro e oggi lo gestisce malissimo. In Europa poi con allure e relativi trattamenti alla Fantozzi. Siamo nell’era della comunicazione così in tv possiamo vedere lo scempio della Roma grillina guidata dai bersaglieri della nuova età: è il simbolo dell’Italia impero della spazzatura, dei servizi di soccorso bloccati per ore perché mancano le barelle.

Però i bidoni davanti alle sedi di ministri e magistrati luccicano e quindi poco o nulla suggeriscono a chi di dovere.

A usare le orecchie come Albino in una Varese pulita e ancora umana dovremmo essere tutti e insieme per farlo meglio: nella gestione di una città è impossibile di colpo voltare pagina, tagliare con il passato, ricominciare da zero: esistono delle continuità che non possono essere trascurate o ignorate e le novità che si vuole introdurre a volte appaiono o sono meno efficaci di quanto si possa sperare. Ed è inoltre fondamentale non dimenticare la storia della comunità e chi l’ha fatta, bene o male.

Varese ci deve credere nella resurrezione: ha già voltato una pagina, ma poi si è fermata o l’hanno fermata. Lo spazio conquistato dalle liste civiche è infatti una nuova finestra aperta su un futuro diverso, un primo colpo di piccone a una politica invecchiata e ingarbugliata che non risolve i problemi, che sta zitta e in ginocchio davanti alle scelte regionali non perché in assoluto non siano obbligate, ma perché ci vengono propinate silenziosamente e, una volta smascherate, celebrate come progresso dalla Regione, vedi la squinternata sanità. Per di più a Milano, non bastasse, dopo ogni fregatura che ci viene rifilata dai ballisti si aspettano da noi pure il Te deum di ringraziamento.

Ma Milano l’abbiamo già ribaltata più volte, in altre situazioni. Tutto sta nel crederci. In proposito un ricordo dei miei anni giovani. Che meraviglia l’eco del refrain del sirtaki “I ragazzi del Pireo” che da Masnago arrivava sino in centro città. Cantato da 5000 giovani adorabili pazzi non era solo un inno sportivo, era espressione di gioia e soddisfazione da primi della classe anche nel lavoro, nel riscatto civico e culturale. Oggi l’inno farebbe drizzare le orecchie a tutti i nostri Albino che i colonizzatori meneghini, di destra o di sinistra, tentano di trattare da somari, non da destrieri di razza quali sono.

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