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Società

IL NENCINI DIMENTICATO

CESARE CHIERICATI - 19/07/2019

nenciniEra un toscano anomalo, schivo e taciturno. Alle parole preferiva i fatti, la dura grammatica delle strade dove aveva scelto di giocarsi la sua vita di corridore ciclista a tutto tondo, lui nato in una terra assai propizia allo sport delle due ruote. Parliamo di Gastone Nencini, un campione rimasto nelle pieghe della storia del grande ciclismo di cui fu protagonista di primo piano tra la fine degli anni’50 e i primi sessanta, un atleta che ha vinto un Giro d’Italia (1957), un Tour de France (1960) e molto altro, Tre Valli compresa. Prima di lui soltanto Ottavio Bottecchia (1924 -1925), Gino Bartali (1938 – 1948) e Fausto Coppi (1949 -1952) avevano trionfato a Parigi. Poi la maglia gialla è tornata in Italia solo altre tre volte grazie a Felice Gimondi (1965) a Marco Pantani (1998) e a Vincenzo Nibali (2014).

Mentre il Tour va verso il suo naturale epilogo parigino è giusto ricordare al gran popolo del ciclismo, che assedia le strade e fa impennare gli ascolti televisivi dei pomeriggi estivi, questo lontano campione che si affaccia al professionismo nel 1953 quando Bartali, Coppi e Magni dettano ancora legge. Il buon Gastone ne assaggerà, a sue spese, la classe, la forza e il cinismo agonistico. Nel Giro del ’55 a due giorni dalla conclusione a Milano, Nencini è in maglia rosa, dietro di lui Magni e Coppi che sembrano soffrire non poco la sua coriacea giovinezza. Durante la penultima tappa La Trento – San Pellegrino è attardato da una foratura, Magni e Coppi lo attaccano senza esitare. Li rivedrà solo all’arrivo. Magni si aggiudica così il terzo Giro in carriera e Coppi, che ne ha già vinti cinque, è secondo a soli 13 secondi, duecento metri d’asfalto. Una sconfitta amarissima che ne moltiplica però il senso di rivalsa, il coraggio smisurato e la capacità di rischiare. Al punto che Gastone passerà alla storia come uno dei più grandi e spericolati discesisti di tutti i tempi. Due anni dopo la beffa patita dai “grandi vecchi”, la sorte restituisce con gli interessi ciò che gli aveva tolto. La corsa sembra saldamente nelle mani di Charly Gaul, il lussemburghese dagli occhi azzurri, un magnifico scalatore intrattabile sulle grandi montagne che, secondo un vecchio suiveur,  ”trinciava con rapporti da maestrina”. In una tappa dolomitica si attarda in fondo al gruppo per fare pipì, un’ingenuità pagata a caro prezzo. Si scatena infatti la bagarre orchestrata dal taciturno toscano, per i suoi fans ” il leone del Mugello”. Il Giro è suo nonostante la resistenza puntigliosa di Luison Bobet, tre Tour in carriera e una classe senza confini dentro e fuori il ciclismo. L’impresa più bella arriva tre anni dopo quando nel ’60 fa suo il Tour, la corsa che segretamente ama di più. Mancano Gaul, Anquétil, che lo ha preceduto di soli 28” al Giro, Bobet, ormai al tramonto, e Raymond Poulidor storico collezionista di piazze d’onore. C’è però l’astro nascente del ciclismo transalpino Roger Riviere, un pedalatore splendido, fortissimo ovunque. Ad appena ventiquattro anni, sei meno di Gastone, ha già vinto il mondiale dell’inseguimento, è primatista dell’ora, nelle sue corde ci sono soprattutto le gare contro il tempo. Tuttavia prima che il duello tra i due campioni si accenda di nuovo accade la tragedia, il 10 luglio 1960 alle 12.15, dalle parti di Millau, in Occitania, all’imbocco della splendide gole del fiume Tarn. Tutto si compie lungo l’ostica discesa del Perjuret, un colle insignificante di circa mille metri. Il francese scende sparato con il gruppo in fila indiana, entra in un curva maligna, frena ma i blocchetti non attaccano, evita il muretto di contenimento, sterza sull’erba ma oltre l’erba c’è il vuoto, un volo spaventoso che termina tra rocce, rovi e piccoli arbusti. In quella piccola gola finisce la carriera e in buona parte anche la vita del giovane fuoriclasse francese. Nencini ha il Tour in mano, domina la corsa senza aggiudicarsi neppure una tappa. Non serve, il più completo e il più forte è lui. Al velodromo del Parco dei Principi, dove allora il Tour aveva il suo epilogo chiede di portare a Riviere, chiuso in una stanza d’Ospedale, il suo mazzo di fiori.

Quando parlava di quel trionfo non mancava mai di ricordare l’incontro con il Generale De Gaulle che attendeva la carovana davanti al cancello della sua casa di campagna a Colombey les Deux Eglises. Goddet, il gran patron della corsa gialla in bermuda e casco coloniale, lo presenta al Generale dicendo: “Nencini è un italiano”. De Gaulle lo riprende precisando: “No Nencini è fiorentino, si fiorentino”, quasi a sottolineare una diversità antropologica rispetto agli altri italiani. Di lì a poco meno di un anno, nel marzo del ’61, anche a lui, principe delle discese, la sorte riserva un incidente quasi analogo a quello fatale al suo amico e rivale Roger Riviere. Ruzzola malamente a terra lungo la discesa delle Croci di Calenzano durante la Bologna – Poggibonsi della Mentone – Roma, un incidente gravissimo. Il grande Nencini tornerà a correre ma la luce del campione si è spenta lì. Per sempre. Si congederà dalla vita il primo febbraio 1980, a soli cinquant’anni.

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