Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Storia

DON SISTO BIGHIANI, PARTIGIANO TRA OSSOLA E VALSESIA

FRANCO GIANNANTONI - 21/09/2012

Don Sisto Bighiani celebra messa per i partigiani

“In ginocchio per pregare, in piedi per lottare”. Era la leggendaria parola d’ordine lanciata fra le valli dell’Ossola e della Valsesia da don Sisto Bighiani, ventiquattro anni, in quei seicento giorni di Salò che segnarono con l’occupazione tedesca e il feroce governo dell’ultimo fascismo, la storia del Paese. Un messaggio a chi lottava per la libertà che lasciò un segno profondo.

Don Sisto Bighiani era un prete di montagna, un uomo tenace e schivo, come la pietra di Ornavasso, il paese natio, nella piana ossolana, terra dei Walser, il popolo che occupò e civilizzò le Alpi. Sacerdote dal 28 maggio 1944, fu anche un partigiano. Di quelli veri, non di quelli dell’“ultima ora” o di quelli “finti” che circolano, nello scadimento della memoria, purtroppo un po’ dappertutto.

È il solo caso che si sappia nella Resistenza italiana di un ministro di Dio divenuto Commissario politico di una brigata combattente.

Proprio il giorno del suo ingresso nella Chiesa ufficiale, dopo il periodo di seminario trascorso a Novara, catechista nella Parrocchia della Santa Maria della Bicocca, fu testimone attonito e smarrito dell’assalto della Brigata Nera alla bettola dello zio Carlo dove avrebbe dovuto esserci un pranzo ufficiale, alla distruzione del locale e all’uccisione di due commensali. Fu un attacco diretto anche alla sua persona: da Novara, con l’aiuto dei ragazzi dell’oratorio e della Caritas era riuscito a far scivolare nei mesi precedenti sino ad Ornavasso nelle mani di Edoardo Rossi, il capo partigiano caduto alla vigilia della Liberazione, munizioni ed armi. Don Sisto Bighiani doveva pagare il conto di questa impresa. La razzia squadristica fu il prezzo salato.

Finito il massacro, il giovane sacerdote decise di prendere la via della montagna. Una scelta sofferta e ragionata a lungo. Raggiunse sui monti di Ornavasso, a Cortevecchio, il gruppo “Patrioti d’Italia” che sarebbe diventato mesi dopo la Brigata e poi la Divisione “Valtoce”, quella degli “azzurri” di Alfredo Di Dio “Marco”, di Eugenio Cefis, di Aristide Marchetti “Aris”. Ci rimase sino alla caduta della Repubblica dell’Ossola alla fine di ottobre, per poi cambiare zona, andare in Valsesia fra gli uomini di “Cino” Moscatelli e “Ciro” Gastone, le brigate “Garibaldi” di segno prevalentemente comunista. Questo non fu un ostacolo. Moscatelli da tempo era alla ricerca di un sacerdote che volesse fare il cappellano militare. Quando si presentò don Sisto, ci fu un momento di sconcerto. “Parlava – scrisse “Ciro”, il comandante, nelle sue memorie – e noi eravamo come paralizzati. Pensavamo che quel giovanotto con a tracolla il mitra volesse fare il prete ma ci accorgemmo che desiderava combattere, fare il partigiano vero”.

Don Sisto fece tutte e due. Il prete e il combattente. Non si è mai saputo bene la ragione del suo trasferimento dagli “azzurri” ai “rossi”, si sostenne, con qualche ragione, che alla base ci fossero stati screzi con il comandante Di Dio per un certo “settarismo”, una visione non completamente ciellenistica della “Valtoce” rispetto ai gruppi di matrice diversa, a cominciare dalle “Garibaldi” che, peraltro, avevano lasciato aperte le porte a tutti coloro che volessero farne parte.

In Valsesia don Sisto fu sacerdote zelante, aiutò con la sua parola ed il suo esempio i valligiani caduti in una povertà estrema, confortò i feriti, pianse i caduti con i loro familiari, si mosse da una formazione all’altra con Messe da campo, trattò – cosa delicata – scambi di prigionieri. Arrestato nel febbraio del ’45 dai fascisti, fu liberato dopo aver dimostrato che proprio in quei giorni con un altro religioso, padre Russo dei Padri Bianchi di Gattinara, stava portando a termine le trattative per liberare cinquantadue partigiani in cambio dell’asso dell’aviazione repubblichina Marino Marini, comandante del campo di Lonate Pozzolo.

Don Sisto, per tutti questi meriti, fu indicato come Commissario Politico della LXXXII Brigata Osella al fianco di Mario Vinzio “Pesgu”, uno dei comandanti più popolari della Valsesia. A chi aveva mostrato perplessità per quella decisione (mai s’era vista una cosa simile) il commissario “Cino Moscatelli” spiegò con semplicità che fra la missione del sacerdozio e quella del Commissario partigiano non c’erano assolutamente delle differenze. Al contrario: come il sacerdote formava le anime, ne curava la crescita in nome di valori assoluti così faceva il Commissario che educava i combattenti, spiegava loro la ragione (che spesso ignoravano) della lotta al nazifascismo, li aiutava a comprendere le ragioni più profonde della loro presenza in montagna, li accompagnava lungo il sentiero della democrazia.

Se c’è una conferma al valore educativo di questo uomo, all’apparenza insignificante, che pregò sempre “che il Signore mi aiuti a non dover mai usare il mitra per uccidere i miei simili”, alla sua altissima “cifra” partigiana, la si può trovare in due foto storiche che fanno parte della galleria insostituibile delle immagini resistenziali. Due foto che “spiegano” l’unitarietà della lotta antifascista, del desiderio di voltare pagina e camminare avanti per ricostruire il Paese. Sono state scattate in piazza del Duomo a Milano. È il 28 aprile 1945. La prima mostra don Sisto sulla camionetta del Comando Generale delle Divisioni “Garibaldi” mentre fa il suo ingresso nel cuore della città “medaglia d’oro” colma di folla. È stato un grandissimo onore. Con don Sisto, commissario politico della LXXXII Osella, a sinistra in alto, in divisa partigiana, c’è il gotha valsesiano e il vertice del CVL. Il commissario politico del Raggruppamento Divisioni “Garibaldi” Valsesia, Cusio, Verbano, Ossola, “Cino” Moscatelli, il vice comandante del Corpo Volontari della Libertà Luigi Longo, il commissario politico-capo delle “Garibaldi” Pietro Secchia, il comandante del Triumvirato Insurrezionale di Milano Alessandro Vaia, il comandante del III GAP Giovanni Pesce “Visone”, la responsabile dei servizi di collegamento e telefonici della Valsesia Rosa Comoli “Maruska”. Nella seconda, don Sisto dopo gli interventi di Moscatelli, Pertini, mentre prende la parola davanti alla folla che riempiva piazza Duomo per rilanciare il suo messaggio di pace e di speranza.

La storia di questo sacerdote non si era chiusa quel giorno. Rientrato a Ornavasso, era stato chiamato dal vescovo cappuccino di Novara Leone Ossola, vicino alla Resistenza, e nominato parroco di uno sperduto paese della Valle Anzasca, Macugnaga. Sperduto e povero in canna. La chiesa era in pessime condizioni, come le altre, disseminate fra Pecetto, Borca e Iselle. Avevano necessità di interventi e don Sisto nelle vesti di muratore coi pochi mezzi a disposizione, un po’ ricavati facendo la guida sul Rosa (era un gran alpinista) e il portatore (lo sherpa himalayano), un po’, ma pochi, ricevuti dai parrocchiani, sistemò quello che poteva.

Mucugnaga viveva di pascoli, e un po’ di turismo. Troppo poco per guardare con fiducia al futuro. Don Sisto lo avvertì con lucidità e gran senso pratico, pensò soprattutto ai giovani senza uno sbocco. Fece il miracolo frutto di un’idea geniale. Pensò alla Scuola Alberghiera nella Baita dei Congressi che costruì con la collaborazione di qualche generoso donatore e con il suo impegno personale. La Scuola ebbe successo, da quei banchi uscirono cuochi, camerieri, maitre d’albergo che presero la via del mondo, dalla vicina Svizzera, all’Inghilterra, alla Germania, agli Stati Uniti.

Di pari passo coltivò le anime. Non mancò mai alla sua missione, percorrendo la valle a portare la sua parola. Amato e rispettato sino alla morte, giunta improvvisa il 30 ottobre 1979, a cinquantanove anni, nel pieno del suo impegno. Era sceso il mattino ad Ornavasso a salutare alcuni parenti e degli ammalati. Una giornata faticosa. Nel tardo pomeriggio aveva ripreso la sua vettura per tornare a casa ma a metà strada, a Ponte Grande, finì in una buca dei “lavori in corso”: inutili i soccorsi. Nel punto dove la vita si era spezzata oggi c’è una targa ricordo. A Macugnaga il Comune gli ha dedicato una via. Al cimitero della Chiesa Vecchia accanto al tiglio secolare, la tomba. Semplice, in terra, coperta sempre di fiori. La foto col bel volto. Grande prete dell’Italia liberata.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login