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Chiesa

I NODI IRRISOLTI DEL CONCILIO

LIVIO GHIRINGHELLI - 03/11/2012

Roma, ottobre 1962: si apre il Concilio Vaticano II

Il Concilio Vaticano II, indetto nel Natale del 1961 (Costituzione Apostolica Humanae salutis), tenuto dall’ottobre 1962 al dicembre del 1965, ha indubbiamente determinato un profondo cambiamento nell’istituzione della Chiesa, qualcuno ha parlato di rivoluzione. Evidenti appaiono le riforme attuate in campo biblico, liturgico, ecumenico, nell’organizzazione interna. Si è precisato che altro è il deposito della fede, altro il modo in cui viene annunciata, altra è la sostanza del Vangelo, altro il suo rivestimento, che la Chiesa non è più il luogo dell’immobilità, come preteso da certi tradizionalisti, che la sua vivificante presenza non si esaurisce nella sfera concettuale, che la concezione relazionale della Rivelazione si estende investendo soprattutto il campo pastorale. Non è proposta una dottrina fatta e finita da esporre ed applicare (vedi il vecchio catechismo formulato con domande e risposte rigidamente assertorie) e la fedeltà non è cercata nella ripetizione meccanica di principi.

Prima s’era teso alla difesa del cattolicesimo dallo spirito moderno, col bisogno di restaurare una cultura cattolica: il cattolicesimo risponde a tutti i bisogni della società, contrastando il liberalismo, che relega la religione nel privato. Con il Concilio si avverte il bisogno di iscrivere la differenza cristiana entro lo sviluppo della modernità. Non viene ripresa l’idea di riconquistare la società, perché il Regno di Dio è già misteriosamente in questo mondo, anche se non ancora compiuto. Si instaura la visione grandiosa di un Cristo compimento della storia e dell’universo (Lumen gentium 7, Gaudium et spes 11), mentre la fede pur poggiando sull’eterno, progredisce e cresce con l’aiuto dello Spirito Santo. I semi della Parola di Dio sono già presenti nel mondo.

Ora la Chiesa sente il bisogno di abitare con coraggio società strettamente pluraliste, abbandona il centralismo e il dogmatismo per il pluralismo nell’epoca della globalizzazione e accetta la sfida della diversità come grazia nella civiltà del dialogo. L’universalità non significa estensione generale del modello romano, si dà spazio alle Chiese locali e al principio di collegialità, sul principio della promozione della pace e della libertà religiosa (Dignitatis humanae). Ora Benedetto XVI proclama nella Ecclesia in medio oriente il diritto di ognuno di scegliere la religione che si crede essere vera, laddove Pio IX col Sillabo si pronunciava per l’anatema nei confronti di chiunque affermasse si potesse cambiare religione per seguire il proprio convincimento personale. La piena libertà di coscienza è riconosciuta legittima dal Concilio.

Il magistero non sta sopra la parola di Dio, ma la serve (Dei verbum). Le definizioni attinenti al principio dell’infallibilità pontificia si intendono come atti definitivi di una maturazione collegiale svolta in dialogo e collaborazione con gli altri vescovi e l’autorità si pone prima in atteggiamento di ascolto. Nuovo è il concetto di missione e di evangelizzazione rivolto a tutti e nella prospettiva dell’unità dei cristiani (ut unum sint – Gv 17,21); ci si rivolge prima agli elementi che risultano comuni che non alle differenze, secondo uno spirito irenico (prima occorreva un permesso speciale per accedere ad incontri di preghiera e di dialogo). Muta anche il rapporto con gli Ebrei, ora considerati nostri fratelli maggiori e non colpevoli collettivamente della morte di Cristo) e viene condannato l’antisemitismo (vedi le visite alle Sinagoghe e al muro del pianto da parte dei Pontefici).

Rispetto alle chiusure del Concilio di Trento sulla fruizione della Bibbia si ha l’ampliamento dell’uso comunitario della Scrittura (prima vigeva la prerogativa del clero nel possesso e nell’interpretazione, fondata sulla traduzione della Vulgata in latino). È promossa anzi la lettura personale e di gruppo.

In un culto finalmente partecipato le celebrazioni si fanno nelle lingue parlate nelle diverse comunità, sono rinnovati i riti, girati gli altari, i messali sono integralmente calati nelle lingue moderne (e la riforma liturgica dà occasione allo scisma lefebvriano in chiave di conservazione integralistica).

Sacerdozio comune dei fedeli e sacerdozio ministeriale gerarchico figurano ordinati l’uno all’altro, è riconosciuta piena e pari dignità ai laici appartenenti al popolo di Dio nell’adempimento del loro esercizio privilegiato di virtù nel mondo. Sono figure nuove, rispetto alla consuetudine invalsa, il diacono permanente, il ministro straordinario dell’eucaristia e il clero si avvicina ai laici nelle vesti, nel linguaggio, nei gesti della vita ordinaria. I presbiteri non sono considerati singolarmente, ma formano un unico presbiterio nella diocesi. Sono invitati ad abbracciare la povertà volontaria come forma apostolica vivendi.

Certo si avverte la tensione presente nei testi conciliari fra tradizione e istanze di rinnovamento e di riforma, come la compresenza salutare di posizioni diverse. Tra moderati e riformisti la tensione è insopprimibile. Nell’attuazione delle misure relative ai deliberati conciliari si sono registrati successi in campo biblico e liturgico, non quanti ci si aspettava; resistenze maggiori sul piano di un’autentica collegialità e nella valorizzazione dei laici in quanto popolo di Dio. Non i fedeli sono per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli. Nel contesto sociale e politico le loro iniziative sono state in vari casi condizionate oltre la distinzione dei ruoli sancita.

La seconda parte del Pontificato di Paolo VI ha palesato un’applicazione frenata e difensiva in ragione delle varie resistenze. Tra le questioni poi sottratte al Concilio, che rimangono aperte, sono da annoverare quelle inerenti al celibato sacerdotale e alla regolazione delle nascite (con tutto quanto afferisce all’etica sessuale e familiare). L’Enciclica Humanae vitae dell’agosto 1968 è stata un netto rifiuto delle pratiche contraccettive, in contrasto con il parere formulato dalla stragrande maggioranza della commissione di esperti nominata dal Papa stesso. Tale soluzione negativa è stata confermata da Giovanni Paolo II in base a nuove ragioni di ordine antropologico. In tale ambito molti fedeli si sono pronunciati per una specie di scisma sommerso. Difficile ancor oggi è la pastorale dei divorziati e delle persone omosessuali.

Rispetto ad un passato talora scottante e agli errori intervenuti in tema di libertà di coscienza e rispetto dei diritti umani la Chiesa ha più volte recitato il mea culpa sulla base della distinzione fra il traditum e i tradentes. Conclusa la fase della prima ricezione, la Chiesa si accinge, interrogandosi continuamente sul ruolo d’essere presenti nel mondo, a interpretare la Rivelazione come evento di incontro, di relazione, di comunicazione, di scambio, con freschezza evangelica. Dio nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé (Dei Verbum 2). E la misericordia prevale sulla perentorietà di un giudizio inclemente.

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