Dopo che è stato applaudito per 25 minuti all’edizione di quest’anno della Mostra del Cinema di Venezia, il film-documentario Naza è ben presto divenuto, grazie al web, un evento cinematografico di importanza mondiale.
Firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi di No Other Land, il documentario che ha vinto l’Oscar nel 2025, Naza è un film di 80 minuti in cui gli intervistati, ufficiali dei servizi segreti e militari israeliani, spiegano restando anonimi come vengono scelti i bersagli dei raid su Gaza. E quante vittime civili vengono messe relativamente in conto. Il titolo arriva da un acronimo militare usato dall’intelligence israeliana proprio per indicare quel numero. Dal film risulta chiaramente che le uccisioni di civili non avvengono per caso, ma vengono messe in conto, sono previste. Non c’è motivo di credere che ciò non sia vero, ma sarebbe anche il caso di rendersi conto che fare della vicenda l’esauriente chiave interpretativa della tragedia di Gaza conduce a conclusioni astratte e distorte.
Da quando nel 1948 venne creata, la storia della Striscia di Gaza è un susseguirsi di ingiustizie, di violenze e di tragedie delle quali quella oggi in atto è solo la più recente. Concentrarsi su una di esse isolatamente, quale essa sia, è fuorviante. Diventa strumento di una qualche lotta politica che in sostanza con Gaza e con i suoi sfortunati abitanti non ha nulla a che fare. Ed è questo il caso di Naza o comunque del significato che gli si sta attribuendo. E così pure – osservo qui per inciso – il caso del movimento Pro Pal in Italia.
La Striscia di Gaza è una specie di prigione per i suoi circa due milioni di abitanti che, privi di documenti validi per l’espatrio, non ne possono uscire. La gran massa dei suoi giovani, disoccupati e senza prospettive, è ovviamente un brodo di coltura di estremisti e di terroristi.
Israele ha preteso che Gaza fosse priva sia di un porto che di un aeroporto internazionali. Non produce niente e quindi non ha niente da scambiare con l’estero. La sua popolazione vive di aiuti internazionali, per lo più finanziati dall’Unione Europea. Nel 2007 Hamas se ne è impadronita manu militari e da allora la controlla con pugno di ferro. Dalla Striscia lanciava a caso missili contro città e altri centri abitati israeliani causando vittime e danni. Questa guerra senza alcuna prospettiva, poiché comunque non può cambiare in nulla la sorte della Striscia di Gaza, è poi sfociata nell’orrore dell’incursione in territorio di Israele e nel massacro di civili israeliani e di lavoratori immigrati dall’Asia del 7 ottobre 2023.
Sotto la città di Gaza, e sotto gli altri centri abitati della Striscia, Hamas ha costruito una fitta rete di cunicoli e depositi sotterranei di armi e munizioni che si estende anche sotto le scuole e gli ospedali. Per questo tra l’altro non c’è spazio e non è possibile dotare gli edifici civili di rifugi antiaerei. Per colpire tale rete sotterranea Israele da parte sua non esita a bombardare gli edifici soprastanti e quindi chi ci abita.
Stabilire il punto di partenza in questo groviglio di responsabilità, e decidere chi è l’unico e il vero colpevole, è tempo perso. In situazioni del genere non è facendo processi mediatici che si compiono passi avanti. È prendendo in esame la crisi nel suo insieme e andando a vedere che cosa ci si deve attendere da ciascuno perché si possa procedere sulla via della pace.
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