Opinioni

RISCOSSA, NON RESA

CLAUDIO MACCHI - 16/10/2026

Un momento della manifestazione per l’Ottobre di sangue dello scorso anno

Il “capitolo” fascismo poteva considerarsi chiuso con la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini. La Resistenza aveva aperto la strada alla Costituzione repubblicana e ad una democrazia fondata su pace, giustizia e lavoro. Ma oggi il vento dell’autoritarismo ha di nuovo investito il mondo e tentazioni di derive illiberali non lasciano immune il nostro paese.

Un impegno politico unitario a difesa delle libertà duramente conquistate è sostenuto dal ricordo del sacrificio delle donne e degli uomini protagonisti della lotta antifascista.

Rotto ogni indugio, la mattina del 25 aprile 1945 in Varese e provincia le formazioni partigiane attaccarono con successo presidi fascisti, rafforzati in uomini e mezzi per l’importanza strategica del territorio. La vittoria di pochi armati era stata resa possibile dal sostegno di migliaia di lavoratori che avevano sfidato il regime scioperando in massa contro il freddo e la fame. Volevano la pace e la restituzione ai propri cari delle migliaia di internati militari e di civili tradotti nei lager nazisti.

Quei pochi avevano condotto una dura lotta nella tana del nemico, efficace soprattutto per i quotidiani sabotaggi alla sua macchina bellica. Le decine di velivoli pronti per la guerra distrutti dalle azioni partigiane nelle fabbriche di produzione varrebbero da soli il trionfo in una battaglia aerea.

L’1 ottobre 1944 sulla prima pagina del Combattente, giornale dei Volontari della Libertà, il GAP di Varese era citato all’ordine del giorno dal comando generale delle Brigate Garibaldi per l’audacia delle riuscite azioni realizzate nel settembre.

Un momento di entusiasmo che di lì a poco sarebbe stato messo a dura prova – non certo spento – da insuccessi e perdite dolorose culminanti in quello che sarà chiamato Ottobre di Sangue.

Il 4 ottobre l’incauta custodia di un ostaggio, trattenuto dopo l’attacco del 30 settembre alla casa del fascio di Malnate con l’uccisione del comandante della Brigata Nera ed il ferimento di altri, dà il via ai drammatici eventi dei giorni successivi.

Il milite fuggito conduce gli uomini dell’Ufficio Politico Investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana a Lomnago, dove è sorpreso un nucleo del GAP di Varese. Bartolomeo Bai e Giuseppe Brusa sono brutalmente percossi e fucilati sul posto. Un altro componente del gruppo è messo al muro simulando l’esecuzione e poi sottoposto con altri arrestati a minacce e torture nella sede dell’Ufficio Politico. Inevitabili cedimenti aggravano la tragica concatenazione degli eventi. Walter Marcobi, comandante della Brigata garibaldina che porterà il suo nome, colpito a Capolago da una scarica di mitra, si trascina per centinaia di metri per morire davanti al portone di un cascinale che la paura degli abitanti non gli aveva aperto.

La reazione a catena continua con il coinvolgimento della banda partigiana che ha trovato rifugio in un cascinale alla Gera di Voldomino. La cattura del gruppo, colto nel sonno, costa altre dodici vittime. Alfredo Carignani, Giacomo Albertoli, Pietro Stalliviere e Carlo Tapella sono fucilati sul posto; Giampiero Albertoli, Flavio Fornara, Dante Girani, Sergio Lozio e Luigi Perazzoli a Brissago Valtravaglia. Ma bisognava dare una “lezione” esemplare alla città di Varese. Tre giovani: Elvio Copelli, Luigi Ghiringhelli e Evaristo Trentini sono fucilati alle Bettole. I loro corpi, abbandonati nel fango della pioggia autunnale, saranno monito da un lato, ma orrore e rifiuto della violenza fascista dall’altro, per tutti coloro che avranno occasione di imbattersi in quella triste immagine.

Un anziano antifascista di Biumo Inferiore, Luigi Giuliani, inveisce in Piazza Monte Grappa contro gli autori del massacro. Viene subito fermato e trattenuto dalla Brigata Nera. Di lui sarà solo ritrovato il cadavere, abbandonato al suolo con evidenti segni della violenza subita.

René Vanetti, organizzatore di una formazione varesina dedicata a Matteotti, completa il nero bilancio di quei giorni. Tenta da solo il disarmo di due allievi ufficiali, di cui uno lo sorprende uccidendolo. Si ripete il macabro rituale dell’abbandono del corpo, gettato su una carriola lasciata bene in vista vicino alla chiesa del Lazzaretto, lungo il viale Belforte.

Per Ermanno Besani, arrestato a Malnate in possesso di armi, inizia invece il percorso che lo porterà a morte nei lager nazisti.

I fascisti cantano vittoria e proclamano la sconfitta definitiva del ribellismo e la “distruzione completa delle bande”. Sarà invece momento di riorganizzazione della lotta armata con modalità più stringenti di separazione operativa dei singoli gruppi. Una soluzione che saprà reggere alle criticità successive a quell’ottobre del ’44, l’Ottobre varesino di sangue. La ripresa dell’attività partigiana trarrà nuovo slancio dall’impegno morale del ricordo dei compagni caduti.

L’auspicio di oggi è che quella voglia di riscossa sia l’esempio per uscire dal rischio di una rassegnata e supina visione dei gravi problemi che attanagliano il mondo. I giovani si stanno muovendo ed è un buon segno!

 

Claudio Macchi è uno storico della Resistenza varesina