Storia

SANTO CAIROLI

SERGIO REDAELLI - 22/05/2026

Combattimento di Varese, quadro di Gerolamo Induno. (Museo del Risorgimento, Milano)

Oggi lo si dice dei papi più amati, lo chiedeva – per esempio – la folla stipata davanti alla basilica di S. Pietro l’8 aprile 2005 al funerale di Giovanni Paolo II: “Karol Wojtyla, santo subito”. Ma che Giuseppe Garibaldi proclamasse santo in senso laico Ernesto Cairoli, caduto a Varese il 26 maggio 1859, era un affronto alla Chiesa, uno scandalo. L’autorità ecclesiastica provò ad opporsi ma non ci fu nulla da fare: la frase pronunciata dal Generale sul campo di Biumo diventò l’epigrafe che la madre dell’eroe, Adelaide Bono Cairoli, volle per il suo secondogenito sulla tomba di famiglia a Gropello, nel Pavese. Il giornale “Diritto” di Torino diffuse il necrologio e Federico Faruffini completò la glorificazione immortalandolo in battaglia.

Nelle sue Memorie, Garibaldi descrive l’attimo in cui il 27enne eroe pavese morì per la patria (come poi accadrà, uno dopo l’altro, ai fratelli Enrico, Luigi e Giovanni): “…rotto il petto da piombo austriaco, sul cadavere d’un tamburino nemico ch’egli aveva ucciso di baionetta”. E l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito riferisce come il commilitone Giovanni Cadolini riconobbe il corpo nel secondo volume di La Guerra del 1859 (Roma, 1910): “Giunti a metà di quel tratto di detta via, intesi pronunciare il nome di Cairoli, additando alla sinistra un cadavere sul margine della strada. Accorsi tosto, lo guardai ed era veramente lui, il povero Ernesto, quello che aveva consacrato nella sua vita ogni maniera di sacrifici alla patria”.

“Negli ultimi anni – aggiunge Cadolini – aveva aiutato a fare entrare in Lombardia scritti patriottici da spargere fra il popolo. Abbandonai con dolore quel cadavere per raggiungere il mio posto nelle file, ma quasi incredulo di quanto avevo veduto, ristetti un istante a ritornai di nuovo per riconoscere se quella era la salma del diletto amico, che solo da un giorno era entrato a far parte della mia compagnia. Purtroppo i miei occhi si accertarono che era dell’ottimo Ernesto leggendone il nome sopra un oggetto ch’egli portava a fianco”. Lo studioso del Risorgimento Michele Cattane ne traccia un efficace ritratto caratteriale nella biografia dedicata al fratello (Benedetto Cairoli, Carocci, 2020).

Nato a Pavia il 20 settembre 1832, di temperamento focoso e impulsivo, Ernesto crebbe insofferente del dominio austriaco e in attesa di misurarsi in battaglia, imbevuto d’ideali mazziniani, si dedicò a diffondere in Lombardia i periodici repubblicani “Italia e popolo” e “Libera parola”, fondato a Genova da Carlo Pisacane. Portato alla pratica rivoluzionaria più che alla teoria, diffidava della monarchia sabauda e della politica diplomatica di Cavour. Scriveva: “Sono stufo di vivere una vita stupida e vergognosa come la nostra”. Si espose personalmente nel clima arroventato della Pavia universitaria del 1858: sfilò davanti al Caffè Demetrio affollato di soldati austriaci tenendo in bocca la pipa di gesso, con il fornello capovolto, che irrideva il monopolio imperiale dei sigari.

Arrestato e rilasciato, dovette fuggire a Genova per completare gli studi di legge e poi a Torino con il fratello maggiore Benedetto, l’unico che sopravvisse alle guerre risorgimentali e fu eletto presidente del consiglio dei ministri del Regno d’Italia per tre mandati fra il 1878 e il 1881. Entrò volontario nei Cacciatori delle Alpi, ansioso di avere la grande occasione di impugnare le armi che finalmente ottenne a Biumo e gli fu fatale. Giuseppe Della Valle rivela nel libro Varese Garibaldi ed Urban nel 1859 che la salma fu sepolta in loco e, su richiesta della madre, trasportata a Gropello. Con una commossa lettera di accompagnamento firmata dal podestà Carcano e dal segretario Zanzi, a cui Adelaide rispose dicendosi orgogliosa di “appartenere per adozione” alle glorie di una fra le più distinte città italiane.