Il grande ciclismo non era mai approdato al Sacro Monte prima del Giro d’Italia del 1990 vinto da Gianni Bugno in maniera clamorosa. Vestì la maglia rosa dal primo all’ultimo giorno di corsa. In quella circostanza la carovana superò il tabù della “montagna sacra” varesina fissandovi in vetta, dopo non poche difficoltà organizzative, il traguardo della tappa a cronometro individuale: Gallarate –Varese. A ben pensarci la meno invasiva di tutte le tappe, la meno generatrice di confusione e di assembramenti, ovvero la più rispettosa della sacralità dei luoghi.
In effetti il grande ciclismo aveva sfiorato in altre occasioni le terre del Santuario senza mai approdarvi e tirando dritto verso il Campo dei Fiori. Sul piazzale di un Grand Hotel, non ancora avviato a una splendida quanto dissennata decomposizione, mise la sua firma, sotto una pioggia battente, un gregario di belle speranze, Alfredo Sabbadin. Era il 3 giugno 1957. Quel Giro alla fine lo vinse Gastone Nencini, coriaceo toscano del Mugello che in carriera si aggiudicò anche un Tour de France. Un campione vero che aveva incrociato i ferri con Fausto Coppi e Fiorenzo Magni. Anche sei anni dopo (16 giugno 1963) il ciclismo dribblò il Sacro Monte puntando al Campo dei Fiori con la cronometro del Giro delle Svizzera (Mendrisio –Varese di 38 chilometri). Fu il ticinese Attilio Moresi a vincerla, ma a Berna la maglia oro vestì le spalle di un forte atleta di casa nostra, il besanese Giuseppe Fezzardi.
Le corse con la loro clamorosa atmosfera evitavano l’arcigna montagna di padre Aguggiari. Non certo gli amanti del ciclismo che saggiamente avevano cura di mettere un cospicuo numero di chilometri nelle gambe, nel cuore, nei polmoni prima di cimentarsi in un esercizio di ascesa semi penitenziale. Tale non era ovviamente per un campione come Gino Bartali. Ogni qualvolta il mestiere di ciclista lo portava a Varese non mancava di arrampicarsi fino a Piazzale Pogliaghi e di sostare in preghiera nella Chiesa del Santuario.
Pratica apprezzata dallo stesso Alfredo Binda. In veste di coordinatore dei professionisti italiani a fine agosto 1939, ossia alla vigilia dei mondiali di Varese sfumati per l’attacco di Hitler alla Polonia, aveva deciso una visita di tutta la squadra nazionale al Sacro Borgo. Umberto Bagaini, cronista della Cronaca Prealpina annotò: “Salirono in automobile per poi scendere a piedi lungo le cappelle.
Gino Bartali si appartò in lunga e fervida preghiera e fece accendere numerosi ceri dinnanzi alla statua della Madonna miracolosa”. Anche nel settembre 1951 quando i “mondiali” approdarono finalmente nella città giardino, il Borgo venne solo sfiorato dal clamore dell’evento. Molti atleti fecero su e giù dalla montagna in chiave di allenamento ma niente di più. La carovana rosa arrivò soltanto 39 nove anni dopo, il 5 giugno 1990, un giorno di terribile pioggia. Un nubifragio si rovesciò sugli atleti e su una folla fittissima che merlettava i cigli stradali dell’intera salita. L’elicottero non riuscì ad alzarsi per garantire il collegamento televisivo, solo qualche ombra si intravvedeva sugli schermi opachi delle televisioni. Gianni Bugno, all’epoca il campione più forte del ciclismo italiano che misurava il passo col fuoriclasse spagnolo Miguel Indurain, sbucò improvvisamente dalle nuvole, un lampo rosa in quel pomeriggio livido e opaco.
Qualcuno disse che quella pioggia senza tregua era stata un ulteriore “provvidenziale” difesa di quel luogo di fede e di arte che è il Sacro Monte. Fatto sta che il grande ciclismo non vi è più tornato, forse ci si potrebbe pensare di nuovo. Con tutte le precauzioni del caso, è ovvio.